E rieccoci, dopo una pausa forzata di qualche giorno dovuta essenzialmente a delle decisioni importanti da prendere. Si riparte dalla fine, dall’ultimo, anzi vi dirò dalla squadra ultimissima per eccellenza: quell’Ancona 2003/04 che riuscì nell’impresa di fare meno punti del Napoli della retrocessione.
Pieroni è un nome che non mi ha mai suscitato fiducia. Forse perchè nel libro di Terzoli e Vaime “Le braghe del padrone” (da cui fu tratto l’omonimo film con Montesano) il protagonista, Vittorio Pieroni, è un umilissimo lavatore di finestre che fa carriera in una mega-azienda non si sa bene come, entrando via via in un meccanismo sempre più oscuro e corrotto. Non so se Pieroni abbia fatto tutto ciò, ma di certo con le braghe ha qualcosa a che fare, visto che dopo il suo addio alla squadra marchigiana non erano rimaste neanche quelle.
Eppure, per l’Ancona le premesse erano buone. La squadra era stata promossa in serie A al termine del campionato 2002/03, con in panca uno che dal calcio probabilmente non ha ricevuto quanto meritava, ovvero Gigi Simoni. La squadra era tutto sommato un buon mix: l’attacco era composto da due 34enni, che però rispondevano ai nomi di Maurizio Ganz e di Pasquale Luiso, il “Toro de Sora”. A ringiovanire il tutto la presenza sulla trequarti di Mattia Graffiedi, ex enfant prodige del Milan. Segnavano, segnavano abbastanza: Ganz timbrò il cartellino 11 volte, Graffiedi 9, Luiso segnò solo una doppietta alla Salernitana. A centrocampo Jimmy Maini, 31 anni suonati, teneva ancora botta. La difesa vedeva Scarpi a far la guardia a giovani in un buon periodo come Daino, altro prodotto “made in Milan”. Insomma, una signora squadra per la B, forse un pelino stagionata. A fine stagione, poi, andarono via l’ancora arruolabile Viali, il giovane Tarana e la stellina Graffiedi. Insomma, bisognava ricorrere al mercato per affrontare la serie A.
Io sono dell’opinione che quel Glen Grant fosse tremendamente invecchiato. Doveva essere una sorta di bomba atomica, visto che si stabilì che la squadra aveva poca esperienza e bisognava prendere elementi navigati, un po’ come sottoporre a dosi di tranquillanti gli abitanti di un ospizio. Andiamo a vedere la rosa e, soprattutto, gli acquisti. In porta via il trentenne Scarpi, spazio a Marcon, 33 anni. Ma per un portiere ci può stare. In difesa Milanese (32 anni), Bolic (32 anni), Maltagliati (34 anni). C’erano poi, più giovani, Lombardi e Marco Esposito, due che la serie A la vedranno davvero poco. Diverso il discorso per Sussi, che negli anni successivi avrebbe ben fatto nel Bologna, e per Daino che in A ci aveva già giocato col Milan: questi due elementi, (30 e 23 anni), forse vennero tenuti in panchina per evitare un pericoloso abbassamento dell’età media e innalzamento del tasso tecnico.
A centrocampo c’era Maini, con un anno in più, ma il problema non era lui. C’era Berretta, che nonostante il cognome da juniores aveva 32 anni, come il suo compare Perovic. Carrus era più giovane, ma ancora non pronto per la categoria, Mads Jorgenssen un pischello. La preoccupazione di non riuscire a totalizzare quattro ultratrentenni in campo spinse quindi la società ad un acquisto: l’ex nazionale Eusebio Di Francesco, anni 34, da un lustro sulla via del declino.
Ma è in attacco che avvenne il capolavoro: c’è gente che per molto meno ha preso il Nobel. Per rimpiazzare il partente Graffiedi, considerando che Luiso e Ganz erano a quota 35, la società prese il “giovane” Poggi (32 primavere) e, soprattutto, Dario Hubner, 36 anni. In quattro praticamente facevano 140 anni, ma non era sufficiente. A dare il colpo di grazia ci fu l’acquisto sensazionale: Mario Jardel, uno dei centravanti con la più alta media gol della storia. Ora, siamo tutti d’accordo sull’elementare concetto che se esiste il passato c’è un perchè. La Britney Spears di cinque anni fa era una cavalla da competizione, ma chi di voi ci sarebbe andato a letto dopo che era ingrassata, si era rasata a zero e credeva di essere Satana? Così Jardel arrivò ad Ancona al settimo mese. Sì, lo so che è uomo, intendo dire che erano sette mesi che si ingozzava di ogni schifezza possibile.
In panchina, però, l’esperienza non conta e Simoni viene cacciato, rimpiazzato da Menichini Leonardo da Viterbo. Strano? In realtà la società era stata coerente, voleva prendere Mazzone per guidare il gerontocomio, ma al rifiuto del tecnico prese il suo vice. Un po’ come se non potendo prendere Nesta prendo Digao. Si parte e subito si capisce che non sarà una stagione facile. La condizione atletica deve ancora arrivare, e se la prende molto comoda. La squadra strappa un pareggio al Modena, che sarà l’unico punto delle prime sei giornate. Menichini va via, arriva Sonetti, tanto per tornare in tema di terza età. Il buon Nedo può poco, alla fine del girone d’andata i punti sono 5 e la squadra è praticamente retrocessa: un calvario.
A Gennaio, però, Pieroni decide di tornare sul mercato. Ha capito tutto, lui. Il problema è che la squadra ha poca esperienza e quindi vanno presi elementi navigati. Quindi, a centrocampo, arriva Baggio. Non quello vero, ma Dino, anche lui abbondantemente tramontato. A centrocampo invece Helguera, non la stella Ivan del Real Madrid, ma il fratello Luis. Tutto ciò era nella logica societaria, che di pezzotti se ne intendeva sia in campo che nei bilanci: basti pensare che pochi anni prima in attacco c’erano Baggio e Vieri. Roberto e Bobo? No, Eddy e Max.
Andrà via Sonetti, arriverà Galeone, il tecnico che è riuscito a guidare sia questo Ancona che il Napoli dei sogni di Calderon e Stojak. L’Ancona otterrà la sua prima vittoria contro il Bologna, dopo undici giornate con due pareggi e nove sconfitte. I felsinei erano salvi, in crisi e senza obiettivi. Gli obiettivi li aveva invece l’Empoli, sconfitto alla penultima giornata e ancora in lotta per non retrocedere. A fine stagione l’Ancona fallirà mestamente.
Il problema, forse, era nella composizione della squadra. La rosa aveva poca esperienza, andavano presi elementi navigati...





e. Forse per questo la caponata è la caponata e una squadra di serie A è una squadra di serie A. Al Napoli 1997/98 questo concetto non era passato. E anche se quella squadra fosse stata una caponata, lo chef minimo si sarebbe chiesto cosa ci facevano tutti quei broccoli nella ricetta.