sabato, 15 marzo 2008

E rieccoci, dopo una pausa forzata di qualche giorno dovuta essenzialmente a delle decisioni importanti da prendere. Si riparte dalla fine, dall’ultimo, anzi vi dirò dalla squadra ultimissima per eccellenza: quell’Ancona 2003/04 che riuscì nell’impresa di fare meno punti del Napoli della retrocessione.

Pieroni è un nome che non mi ha mai suscitato fiducia. Forse perchè nel libro di Terzoli e Vaime “Le braghe del padrone” (da cui fu tratto l’omonimo film con Montesano) il protagonista, Vittorio Pieroni, è un umilissimo lavatore di finestre che fa carriera in una mega-azienda non si sa bene come, entrando via via in un meccanismo sempre più oscuro e corrotto. Non so se Pieroni abbia fatto tutto ciò, ma di certo con le braghe ha qualcosa a che fare, visto che dopo il suo addio alla squadra marchigiana non erano rimaste neanche quelle.

Eppure, per l’Ancona le premesse erano buone. La squadra era stata promossa in serie A al termine del campionato 2002/03, con in panca uno che dal calcio probabilmente non ha ricevuto quanto meritava, ovvero Gigi Simoni. La squadra era tutto sommato un buon mix: l’attacco era composto da due 34enni, che però rispondevano ai nomi di Maurizio Ganz e di Pasquale Luiso, il “Toro de Sora”. A ringiovanire il tutto la presenza sulla trequarti di Mattia Graffiedi, ex enfant prodige del Milan. Segnavano, segnavano abbastanza: Ganz timbrò il cartellino 11 volte, Graffiedi 9, Luiso segnò solo una doppietta alla Salernitana. A centrocampo Jimmy Maini, 31 anni suonati, teneva ancora botta. La difesa vedeva Scarpi a far la guardia a giovani in un buon periodo come Daino, altro prodotto “made in Milan”. Insomma, una signora squadra per la B, forse un pelino stagionata. A fine stagione, poi, andarono via l’ancora arruolabile Viali, il giovane Tarana e la stellina Graffiedi. Insomma, bisognava ricorrere al mercato per affrontare la serie A.

Io sono dell’opinione che quel Glen Grant fosse tremendamente invecchiato. Doveva essere una sorta di bomba atomica, visto che si stabilì che la squadra aveva poca esperienza e bisognava prendere elementi navigati, un po’ come sottoporre a dosi di tranquillanti gli abitanti di un ospizio. Andiamo a vedere la rosa e, soprattutto, gli acquisti. In porta via il trentenne Scarpi, spazio a Marcon, 33 anni. Ma per un portiere ci può stare. In difesa Milanese (32 anni), Bolic (32 anni), Maltagliati (34 anni). C’erano poi, più giovani, Lombardi e Marco Esposito, due che la serie A la vedranno davvero poco. Diverso il discorso per Sussi, che negli anni successivi avrebbe ben fatto nel Bologna, e per Daino che in A ci aveva già giocato col Milan: questi due elementi, (30 e 23 anni), forse vennero tenuti in panchina per evitare un pericoloso abbassamento dell’età media e innalzamento del tasso tecnico.

A centrocampo c’era Maini, con un anno in più, ma il problema non era lui. C’era Berretta, che nonostante il cognome da juniores aveva 32 anni, come il suo compare Perovic. Carrus era più giovane, ma ancora non pronto per la categoria, Mads Jorgenssen un pischello. La preoccupazione di non riuscire a totalizzare quattro ultratrentenni in campo spinse quindi la società ad un acquisto: l’ex nazionale Eusebio Di Francesco, anni 34, da un lustro sulla via del declino.

Ma è in attacco che avvenne il capolavoro: c’è gente che per molto meno ha preso il Nobel. Per rimpiazzare il partente Graffiedi, considerando che Luiso e Ganz erano a quota 35, la società prese il “giovane” Poggi (32 primavere) e, soprattutto, Dario Hubner, 36 anni. In quattro praticamente facevano 140 anni, ma non era sufficiente. A dare il colpo di grazia ci fu l’acquisto sensazionale: Mario Jardel, uno dei centravanti con la più alta media gol della storia. Ora, siamo tutti d’accordo sull’elementare concetto che se esiste il passato c’è un perchè. La Britney Spears di cinque anni fa era una cavalla da competizione, ma chi di voi ci sarebbe andato a letto dopo che era ingrassata, si era rasata a zero e credeva di essere Satana? Così Jardel arrivò ad Ancona al settimo mese. Sì, lo so che è uomo, intendo dire che erano sette mesi che si ingozzava di ogni schifezza possibile.

In panchina, però, l’esperienza non conta e Simoni viene cacciato, rimpiazzato da Menichini Leonardo da Viterbo. Strano? In realtà la società era stata coerente, voleva prendere Mazzone per guidare il gerontocomio, ma al rifiuto del tecnico prese il suo vice. Un po’ come se non potendo prendere Nesta prendo Digao. Si parte e subito si capisce che non sarà una stagione facile. La condizione atletica deve ancora arrivare, e se la prende molto comoda. La squadra strappa un pareggio al Modena, che sarà l’unico punto delle prime sei giornate. Menichini va via, arriva Sonetti, tanto per tornare in tema di terza età. Il buon Nedo può poco, alla fine del girone d’andata i punti sono 5 e la squadra è praticamente retrocessa: un calvario.

A Gennaio, però, Pieroni decide di tornare sul mercato. Ha capito tutto, lui. Il problema è che la squadra ha poca esperienza e quindi vanno presi elementi navigati. Quindi, a centrocampo, arriva Baggio. Non quello vero, ma Dino, anche lui abbondantemente tramontato. A centrocampo invece Helguera, non la stella Ivan del Real Madrid, ma il fratello Luis. Tutto ciò era nella logica societaria, che di pezzotti se ne intendeva sia in campo che nei bilanci: basti pensare che pochi anni prima in attacco c’erano Baggio e Vieri. Roberto e Bobo? No, Eddy e Max.

Andrà via Sonetti, arriverà Galeone, il tecnico che è riuscito a guidare sia questo Ancona che il Napoli dei sogni di Calderon e Stojak. L’Ancona otterrà la sua prima vittoria contro il Bologna, dopo undici giornate con due pareggi e nove sconfitte. I felsinei erano salvi, in crisi e senza obiettivi. Gli obiettivi li aveva invece l’Empoli, sconfitto alla penultima giornata e ancora in lotta per non retrocedere. A fine stagione l’Ancona fallirà mestamente.

Il problema, forse, era nella composizione della squadra. La rosa aveva poca esperienza, andavano presi elementi navigati...

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categoria:ultimissime
venerdì, 29 febbraio 2008

Ultimissime è un termine riferito alle notizie molto fresche, ai fatti appena avvenuti. E' un termine paradossale, perchè chi è ultimo è ultimo e non c'è superlativo che tenga (sarebbe come dire "più infinito"). Le squadre di cui parleremo in questa rubrica, in effetti, sono paradossali. Finire ultimi ci può stare: ma per finire ultimissimi bisogna avere qualcosa in più. Bisogna azzeccare tutte le mosse sbagliate, bisogna spendere poco e male, bisogna avere un mix di masochismo dirigenziale e incompetenza tecnica perfettamente bilanciato. E tutto va fatto in fretta, perchè chi è ultimissimo in A l'anno prima o si è salvato o è stato promosso. A gentile richiesta la prima tappa partirà dal Napoli 1997/98. Parlarne, da tifoso partenopeo, in fondo non mi fa male: ma ora lasciatemi finire la mia cicuta e poi comincio a scrivere.

Per fare una buona caponata basta mettere le giuste dosi e non sgarrare con la salsa. Non ci vuole tanto. E' un piatto popolare, rustico, e chi l'ha inventato tanti soldi non ce li aveva. Non è necessario che ogni melanzana sia cresciuta nella Valle degli Orti con un coltivatore ortofilo che se la sbaciucchiava ogni sera: bastano quelle del giardino di nonno Peppe. Forse per questo la caponata è la caponata e una squadra di serie A è una squadra di serie A. Al Napoli 1997/98 questo concetto non era passato. E anche se quella squadra fosse stata una caponata, lo chef minimo si sarebbe chiesto cosa ci facevano tutti quei broccoli nella ricetta.

La squadra era reduce da una delle migliori stagioni dal post-Maradona. Non inganni la salvezza conquistata a poche giornate dal termine: alla fine dell'andata la squadra era nelle zone medio-alte della classifica, praticamente appaiata al Parma che sarebbe arrivato secondo. Un bruttissimo girone di ritorno peggiorò la classifica, ma arrivò una finale di Coppa Italia, persa contro il Vicenza. Bastava mantenere la squadra, no? Ma Ferlaino, che in quella stagione si sentiva tanto creativo, decise che bisognava aprirsi al futuro e trasformare la squadra in un villaggio-vacanze.

Via Cruz, Colonnese, Milanese, Boghossian, Pecchia, Caccia, Aglietti e la sua forza. Stop... immaginate di operarvi per un porro e al risveglio di sentirvi dire dal medico: "Tutto a posto, le abbiamo asportato soltanto milza, appendice, un rene, parte dello stomaco, un tratto di intestino ed entrambi i testicoli". Sareste sereni? No, Corrado, tu non fai testo...

Gente che va, gente che viene, a Napoli c'erano tante facce nuove. Innanzi tutto c'era Prunier, difensore proveniente dal Manchester United, che fu talmente dispiaciuto di privarsene che assieme a lui ci recapitò una cassa di sherry, buoni benzina, la batteria di Ringo Starr e la nipote ninfomane di un membro del Cda pronta a soddisfare qualunque prurito sessuale dei giocatori. Prunier era una roccia. Direte voi, anche Stam! Sì, ma Prunier era una roccia nel senso che non si muoveva se non in caso di bradisismo. Giocò tre partite. Arrivò anche il duo Facci-Sergio, che mi riporta alla testa due istantanee: per il primo la curva che urla "FACCI! FACCI! FACCI RIDERE!", per il secondo Mutti che guarda in campo e scuote la testa, si gira verso la panchina, vede lui e alza lo sguardo disperato verso il cielo.

Nel pacco-regalo dell'Udinese era incluso il centrocampista Rossitto, convocato l'anno prima per gli Europei, cosa che provocò sorpresa, perplessità e tre suicidi di massa. Dal Parma arrivò Reynald Pedros, nazionale francese (sì, vabbè, fino al 1996 ci ha giocato anche Prunier...) espatriato nella notte dalla sua nazione dopo aver fatto eliminare dagli Europei la sua squadra tirando a Kouba un rigore filante e lento come una mozzarella di bufala. Infine Roberto Goretti, uno dei meno peggio e fotocopia di Rossitto: per entrambi un gol e due espulsioni.

Sì, ok, ma i soldi incassati dalle cessioni Ferlaino se li intascò? Al tempo. In attacco arrivò il giovane Bellucci, l'unico a fare davvero una bella stagione. Dalla Lazio venne preso il già trentenne Protti  che aveva cominciato la sua parabola discendente (e non era il solo). Soprattutto, però, spendemmo 7,5 miliardi di lire per comprare LUI: Josè Luis Calderon, mister "farò-33-gol". All'aeroporto pare che ci fu un equivoco: passò prima la sua guardia del corpo sovrappeso e lui non si vide. Poi forse i tifosi si resero conto che la guardia del corpo sovrappeso era lui. Un'altra istantanea: Ferlaino chiede a Mazzone di farlo giocare e lui risponde "Presidè, guardi che glielo faccio giocare sul serio!". Usato come una minaccia e lo pagammo sette miliardi e mezzo, scalzando dal Guinness dei Primati il tedesco che pagò 250 euro un pretzel.

E si parte: sconfitta dignitosa contro la Lazio, che passa solo nel finale con tali Mancini e Pancaro. Vittoria con l'Empoli, pareggio col Vicenza. Sembrava girare, la squadra, chissà chi poteva immaginare che aveva fatto già un terzo dei punti totali del suo campionato. Si perde con l'Atalanta col gol dell'ex di Caccia, poi si va a Roma. Mutti si raccomanda con Prunier: "Tieni d'occhio Balbo". Lui lo prende alla lettera e lo guarda fisso per novanta minuti, senza muoversi perchè non gliel'avevano ordinato. Balbo fa tripletta, la Roma ne fa sei, Mutti salta.

Arriva Mazzone, che già all'epoca aveva 60 anni e una dignità professionale da difendere. Perdiamo col Bologna, con la Juve, poi persino col Lecce e Mazzone si dimette. Era talmente schifato che rinunciò allo stipendio per non rubare alla Croce Rossa.

E per una barca che sta affondando chi c’è meglio di Galeone? Ragazzi, teniamo duro che a gennaio arrivano i rinforzi! Tre sconfitte, siamo a -6 dalla zona salvezza, ed i rinforzi arrivano. Innanzi tutto il tecnico vuole il suo pupillo, che risponde al nome di Allegri Massimiliano. Quest'uomo in serie A aveva giocato con Pisa, Pescara, Perugia e Cagliari. Le prime tre erano retrocesse, la quarta entrò in crisi ma prima del suo arrivo aveva raggiunto la semifinale di Uefa. Insomma, uno che se attraversava la strada a un gatto nero lo accoppava e per giunta si chiamava Allegri. Allegri un cazzo, con te in campo! Era venuto a svernare, una costante dei rinforzi. Vennero presi soltanto centrocampisti, al punto che a un certo punto in rosa ce n'erano 12. Qui abbiamo la conferma che qualcuno, in quella società, era dedito ai funghetti allucinogeni. Ok, i problemi difensivi possono essere anche in parte originati dal centrocampo, il Napoli di quest’anno lo sa bene. Ma se la nostra difesa prende 34 gol in 13 partite tu compri tre centrocampisti?

Fermiamoci... riflettiamo... dite al padrone di casa "Sta per crollare il soffitto!!!" e lui vi risponde "Non si preoccupi, faccio ripiastrellare subito il pavimento". I D.T. Bianchi e Bagni (notare come l'espressione "Bianchi Bagni" faccia pensare ai servizi igienici) cos'erano nella vita precedente, Flavia Vento e Loredana Lecciso? Ad ogni modo, come detto, vista la stagione ormai compromessa viene aperto l'agriturismo "La Caponata Allegra" dove i calciatori possono venire a finire la carriera o a concedersi un anno sabbatico. Arriva il Principe Giuseppe Giannini, 33 anni, dallo Sturm Graz. Gioca solo quattro partite ma sembra molto rilassato, e poi a Napoli c'è un mare...

Arriva Aljosa Asanovic! Su questo giocatore DEVO spendere qualche parola in più. Ci ricordiamo di lui solo perchè una volta dimostrò di essere vivo facendosi espellere, in una squadra che collezionò 25 gol e 17 rossi. Lento, fuori forma, svogliato e a tratti irritante. Partecipa ai Mondiali del 1998 con la Croazia. UN CICLONE! Gli avversari non ci capivano niente, le sue palle giravano a centrocampo veloci come quelle dei tifosi del Napoli quando lo vedevano in campo. E si trattava di velocità testate solo dalla NASA. Ancora si devono giocare gli ottavi e già è inserito tra i candidati per l’All Star Team! Aljosa... se un giorno ti incontrerò ti verrò vicino e ti abbraccerò forte. Rompendoti due costole.

Infine, per l’attacco Damir Stojak. Penso che l’avessero preso per la mascella volitiva: altre qualità non ne ricordo. Alla diciannovesima venne esonerato anche Galeone e in panchina finì Montefusco, che traghettò la squadra verso la fine dell’agonia.

Due curiosità: contro il Vicenza ottenemmo un pareggio e una vittoria, e per poco i veneti non retrocessero. Se fosse successo immaginate come si sarebbero sentiti. Il campionato venne vinto dalla Juventus, con discreto vantaggio. Provate a immaginare quanto finì la sfida col Napoli al “Delle Alpi”. Sbagliato. Finì 2-2 con gol di Turrini, un altro tra i pochi che portò a casa la pagnotta, e Protti. E chi pensa che a questo mondo tutto abbia un senso è servito.

E ora che la cicuta sta terminando la sua azione vi lascio...

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