venerdì, 07 marzo 2008
Confesso la mia perversione, lo avevo preso al Fantacalcio. E, come aggravante, vi dico che a conti fatti fu anche grazie a lui e a Materazzi in versione goleador che arrivai secondo, recuperando i soldi spesi e guadagnando quanto bastava per comprare pizza e birra. Fu un Fantacalcio simile a una faida: pochi partecipanti con l’unico intento di distruggere gli altri. Un povero diavolo poco competente fu eliminato in partenza: quando chiamarono Ricardo Veron io e un mio amico inscenammo una finta asta selvaggia e lui, pensando che si trattasse del Veron dell’Inter, a un certo punto intervenne, spendendo metà dei suoi soldi per un centrocampista semi-inutile. L’ultimo attaccante preso fu lui, Leandro Câmara do Amaral detto Leandro: mi ispirava il nome.

Ma chi era davvero costui? Era un centravanti brasiliano, proveniente dalla Portuguesa, nella quale aveva segnato 29 gol in cinque stagioni. Cecchi Gori intravide in lui l’erede di Edmundo e lo portò a Firenze. Aveva giocato persino nella nazionale brasiliana, e questo dovrebbe farlo chiedere come sia possibile classificarlo come meteora. Risposta: ci ha giocato anche Vampeta nel Brasile. Dopo aver partecipato alla magnifica eliminazione dei verdeoro alle Olimpiadi del 2000 viene portato in Italia per 18 miliardi delle vecchie lire, e la cosa brutta è che non si trattò di una plusvalenza. 

E poi... magia! Leandro arriva a Firenze, segna subito in Coppa Uefa contro il Tirol e in campionato esordisce alla seconda: uno contro la Reggina, uno contro il Brescia, un assist col Bari, doppietta col Perugia, rigore realizzato col Bologna. Immaginate come deve sentirsi un giocatore di Fantacalcio a vedere in questo stato l’attaccante che ha pagato 1 fantadollaro. Più o meno come se rimorchiate una donna di 120 chili e questa dopo due giorni si fa la liposuzione ed esce più sgnacchera di Jessica Alba. Un autentico ciclone, per il quale i tifosi stravedevano e la stampa sprecava complimenti uno dietro l'altro. Un mese magico, senza sbavature. La liposuzione, però, lascia segni evidenti, mentre Leandro da quel momento non ne lascerà più, visto che fino a fine campionato, in seguito ad alcune prestazioni indegne, sarà in campo sì e no in una decina di partite.

Cosa successe? Per alcuni la saudade lo colse di soppiatto. Secondo altri (e non avevano tutti i torti) una serie di congiunzioni astrali aveva fatto coincidere alcune sue buone giocate con altri gol che avrebbe fatto anche Toffoli (in effetti dei cinque gol si ricordano due palle appoggiate a porta vuota e un rigore). Una terza teoria ipotizza una sua improvvisa conversione al darkesimo (non parlo dei metallari, ma del culto di Pancev). Fatto sta che Leandro andò via, e contemporaneamente cominciò si parlò sempre di meno del cantante Baldi, forse per un’assonanza che provocava una certa riluttanza. Andò via anche perchè la Fiorentina era fallita, ok, ma grossi sbocchi proprio non se ne vedevano, al di là di quelli di vomito dei tifosi in seguito ad alcune sue performance. 

Pronti per l’elenco? Gremio, Sao Paulo, Palmeiras, Corinthians, Ituano, Portuguesa, Istres, ancora Portuguesa. Non fosse per i francesi sembrerebbe l’albo d’oro del campionato brasiliano, invece sono le squadre dove Leandro gioco nei quattro anni successivi. A conti fatti sono otto, il che porta a una riflessione: perchè lo mandavano sempre via a gennaio?

Triste declino di una carr... invece no! A volte il destino dà ciò che toglie quando non te l’aspetti, e quando Leandro passa al Vasco da Gama in 64 partite segna 37 gol, media più che buona. Ora è ancora in quel club (anche se sembrava fatta per il Fluminense) ha 30 anni e si gode la fase finale di una carriera che forse avrebbe potuto dargli qualcosa di più. O forse no.

Curiosità: su Youtube su di lui, oltre alle giocate, si trovano alcuni video ironici. La sua amicizia con Perdigao, una sorta di Jardel periodo-Ancora, però difensore e coi capelloni e un video nel quale viene quasi aggredito dai tifosi del Vasco in un locale. Era accusato di essere un mercenario perchè, come detto, stava per passare al Fluminense. Una prece per questa simpatica meteora italiana.

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domenica, 24 febbraio 2008
Cosa può trasformare un giocatore in una meteora? Di tutto di più. Può capitare che imbrocchi la partita della vita creando aspettative che non puoi soddisfare, come nel caso di Enyinnaya. Può capitare che nel tuo momento migliore la società in cui giochi fa una scelta sbagliata, come è accaduto a Carmelo Imbriani. Può anche capitare, però, che vali e la tua società punta su di te. Cosa può fermarti? La sfiga, quella che ti coglie quando meno te lo aspetti e distrugge le tue ambizioni. Questo è il caso di Giacomo Cipriani.

Chi è costui? Un giocatore classe 1980, professione attaccante. Fisico imponente, piede buono, ottimo stacco di testa: se ci sono attaccanti che sanno fare bene una sola cosa e fanno carriera (pensiamo alla corsa di Caniggia o alla testa di Andersson) perchè Cippo, come era chiamato dai tifosi del Bologna, non dovrebbe farcela? L'esordio in campionato avviene poco prima dell'inizio del millennio, subito dopo viene spedito in prestito a Lecce, per fare esperienza. Rientra, abile arruolato, per la stagione 2001. In attacco, a Bologna, c'è un certo Beppe Signori, a dispensare palloni un genietto come Tomas Locatelli. Lui, però, lavora duro, segna sempre in allenamento e convince Guidolin a concedergli un battesimo di fuoco: il Bologna è di scena a San Siro, contro il Milan di Zaccheroni, giorno 17 febbraio.

Il Bologna è spumeggiante, parte sparato, Beppe-Gol dopo un minuto rischia di fare secco Abbiati. Poi ci prova Locatelli, quindi Tarantino, col portiere milanista costretto agli straordinari. Il gol è nell'aria e infatti arriva, ma dalla parte sbagliata: Shevchenko riceve palla in fuorigioco, il guardalinee non segnala e l'ucraino batte Pagliuca. 1-0. Tempo nove minuti e arriva il secondo gol rossonero: la partita sembra chiusa. E' a quel punto che Cipriani, fino a quel momento comprensibilmente emozionato, comincia a carburare. Il primo avviso arriva al 43', quando si procura un rigore. A batterlo va Maresca nonostante il rigorista sia Signori, Guidolin e distratto e Abbiati para. Roba da abbattere un cinghiale.

Cippo, però, non vuole un esordio bello ma inutile e dopo dieci minuti dall'inizio della ripresa si fa trovare pronto in area e fulmina Abbiati con un gran destro: 2-1, partita riaperta. Il Bologna ci crede, il Bologna vuole pareggiare: al 75', su uno dei tanti spioventi in area, un ragazzo ci mette la testa. Non è un colpo normale, ha forza ed è angolato: si insacca. Quel ragazzo è ancora Giacomo Cipriani, che a fine partita dedica la doppietta a Niccolò Galli, scomparso da pochissimi giorni. Piccolo dettaglio: il suo marcatore, quella sera, era tale Paolo Maldini.

E' trionfo, e poco conta che il terzo gol dei felsinei, messo a segno da Signori, venga pareggiato al 92' da Sala. Quel ragazzo è proprio in gamba.

E poi? E poi capita che la sfiga ci mette la mano. Cipriani rimane al Bologna fino al 2003, ma per un anno non registra presenze: era fermo ai box, infortunio pesante. Quando torna ha 23 anni e la Sampdoria crede in lui e lo prende: due gol in diciotto partite e ancora tanti piccoli acciacchi. Viene girato al Piacenza, dove segna altri tre gol, e finalmente è pronto per tornare a Bologna. Ha perso praticamente due anni, deve rifarsi e le basi ci sono: segna un gol alla Roma, sembra tornare a carburare ma i problemi fisici lo costringono a tanti stop and go. Poi, nel 2006, ancora un infortunio, ancora una volta grave, ancora una volta un anno perso. Maledetti legamenti, che non vogliono fare il loro dovere. Rientra, nel 2007, ma ha 27 anni e non è più una giovane promessa. Ha passato il meglio della sua carriera a girare tra le infermerie. E pensare che il "cippo" nella lingua italiana è un blocco di pietra...

All'inizio del 2008 gli arriva una proposta dall'Avellino: il Bologna lo manda volentieri in Campania, per consentirgli di giocare e tentare l'ennesimo recupero. Paradossi della vita, Cipriani proprio contro la squadra che lo ha lanciato rischia di sbloccarsi: sul 2-1 per i rossoblu un suo tiro, destinato ad entrare, viene deviato di mano da Terzi. Trefoloni non vede, il difensore bolognese spergiura di non aver fatto fallo, il gioco prosegue. Sfiga, sfiga e ancora sfiga.

L'augurio per Cippo è che finalmente finisca.
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giovedì, 21 febbraio 2008
Lo chiamavano Game Boy. I tifosi azzurri gli erano affezionatissimi, vedevano in lui un possibile futuro talento "made in Naples" da lanciare nella stratosfera del calcio nazionale.

Così Carmelo Imbriani, prodotto del vivaio partenopeo, muoveva i suoi primi passi nel mondo del calcio. Prima assoluta in serie A sotto Marcello Lippi, contro il Cagliari, il bravo centravanti giocava e giocava bene. Qualche presenza anche l'anno dopo, il 1994/95, col suo primo gol ai danni del Brescia, per di più in trasferta.

L'anno dopo arrivarono "Le quindici giornate di Imbriani". Non si trattò di moto popolare nè del girone d'andata del campionato. Si parla proprio di 15 giorni, dal 17 settembre all'1 ottobre del 1995. Tre partite che sembrarono sancire la nascita di un fenomeno. Il bravo Carmelo comincia la sua scalata segnando sul campo dell'Atalanta. L'exploit bergamasco non resta isolato: la settimana successiva fa bingo contro l'Inter, gol determinante per la vittoria del Napoli. Sette giorni dopo, al "Delle Alpi", la Juventus seconda in classifica e decisa a non staccarsi dal Milan attende gli azzurri con l'intenzione di farne polpette. La partita va ben diversamente e finisce in pareggio, 1-1. Il fatto del giorno, però, non è quello. Cosa fa di solito un attaccante ricevuta di spalle la palla in area, con un marcatore alle spalle? Poche alternative: o fai la sponda per un compagno oppure provi a girarti e ad andartene per tirare. Invece no. Ad Imbriani la testa diceva altro e così non si girò, nè passò: colpì la palla di tacco, con potenza, una potenza tale da mettere seriamente in difficoltà Peruzzi e da guadagnarsi gli applausi del pubblico bianconero e dell'Avvocato, quello con la A maiuscola.

Flash-back su un editoriale, del "Corriere dello Sport". Il titolo, se non erro, era "E adesso non bruciamolo". Invito classico dei periodici sportivi, che danno l'esempio sparando titoloni a caratteri cubitali in prima pagina. Come la Gazzetta con Pato: per "non bruciarlo" gli hanno dedicato qualcosa come una decina di apertura. Tanto per non fargli sentire la pressione. Ma questa è un'altra storia.

Imbriani, forse, fu sovraccaricato e sopravvalutato. Un "colpo feticcio", come li chiamava Zidane, non basta per provare di essere un grandissimo. Fatto sta che da lì alla fine della stagione segnò solo un gol. Anzichè insistere su di lui la dirigenza napoletana lo sdoganò in prestito alla Pistoiese.

Fine primo tempo. Fin qui un bel film allegro, che lentamente muterà in una sorta di melodramma.

Chiedete ai ricchi caduti in miseria come ci si sente. Vi risponderanno che la cosa è servita a riscoprire tanti valori. Un par de balle: Imbriani in C/1 non ci sta bene. Se il giorno prima 70.000 persone ti ruggivano davanti chiedendo un tuo gol, ritrovarsi a Pistoia non è il massimo. Un gol in 24 partite, via di corsa a Casarano, sempre in terza serie. 32 match, 2 reti, la media migliora ma è sempre oscena per un centravanti.

Finalmente, poi, l'occasione di tornare al Napoli, retrocesso ignominosamente in B dopo una stagione disastrosa. Una presenza, Ulivieri manco lo vede, va al Genoa. Qui, piano piano, ricomincia. Dodici partite e una vendetta, contro la sua squadra del cuore: una prestazione maiuscola, che forse fa pentire qualcuno che, vedendo questa neanche più giovanissima promessa, si pente per averla data via come manco Ilona Staller ai bei tempi. Lui, però, non mette più paura ai difensori centrali ma a quelli di fascia: Cagni lo ha trasformato in esterno offensivo con ottimi risultati. A fine stagione Imbriani resta in B, a Cosenza, e riesce a farsi apprezzare per tre anni.

Poi la scelta di vita: si va a Benevento, città di nascita, per giocare con la squadra del suo paese. Una stagione, con una salvezza raggiunta al foto-finish, una parentesi incolore alla Salernitana, qualche mese a Foggia.

Ma Game Boy, ormai, ha 28 anni suonati e vuole tornare a casa: ancora una stagione in terra sannita, con ottimi risultati e persino due gol. Le sirene lo tentano di nuovo: non è ancora vecchio e arriva l'offerta del Catanzaro in B. Carmelo accetta, ma la stagione è un disastro. La squadra non è all'altezza e retrocede con ampio anticipo. Basta, basta. E' davvero ora di scacciare la nostalgia del San Paolo, trasformandola in un bel ricordo da mettere nell'album delle fotografie più care. Si torna a Benevento, stavolta probabilmente per sempre. Due stagioni, tre gol, posto da titolare fisso. A casa propria.

Perchè Imbriani, a Benevento, ha radici ed anche forti. Il suo procuratore è Pellegrino Mastella. Caso di omonimia? No, è proprio il figlio di Clemente, l'uomo che pur facendo il politico ha probabilmente cambiato più schieramenti di lui. Sorte infame, ora che è tornato a casa su Internet, nei forum, molti esclamano che arrivò al Napoli perchè "raccomandato". Quando l'Italia potè ammirare il suo tacco velenoso verso Peruzzi nessuno l'avrebbe pensato. Carmelo, però, ha spalle larghe e tutto sommato è contento: nel Benevento è ormai un'istituzione e il calcio gli ha dato tanto.

Forse non gli ha dato il giusto. Ognuno è libero di pensare che gli abbia dato di più o di meno del dovuto.
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giovedì, 14 febbraio 2008
Piccola premessa: Meteore non è una rubrica della serie "Mezze seghe e dintorni". L'argomento è già trattato e lo hanno fatto a fondo in primis l'antesignano "Clamoroso al Cibali" e poi, in modo più esteso, il blog "Il calcio mi ha salvato" dell'ottimo Ragh. In questa rubrica voglio parlare dei giocatori "Una botta e via". Quelli che sono entrati in campo, hanno fatto gridare al miracolo con una prodezza e poi sono letteralmente scomparsi. Stranieri e italiani, di solito attaccanti (ma non solo), con in comune i quindici minuti di celebrità di Warhol. Partiamo da un giocatore che fece sognare ai baresi un duo delle meraviglie.

"Piacere, Ugochukwu Michael Enyinnaya". Immaginate questo diciottenne coloured che si presenta così al ritiro del Bari nel 1999. I pugliesi, che amano andare per le spicce, avranno risposto: "Benvenuto, Ugo". Non gli si può dare torto: il nome è lungo, complicato da pronunciare e, soprattutto, non entra nelle didascalie di Sky. Così da quel momento lui sarà Hugo Enyinnaya per tutti, anche per i siti web così bravi ad informarci che il giovane Ninho in realtà si chiama "Juan Fernando Osvaldo do Nascimento do Mato Grosso du Stessu Palassu do Cugino Rimbambidu de Toninho do Controbalzu Assassinu y do Gollasso Maleficu".

Giocatorino interessante, il ragazzo. Nigeriano ai tempi in cui la Nigeria andava per la maggiore dopo due buoni mondiali finiti agli ottavi di finale, rischiando di fare secca l'Italia nel 1994. Lui all'epoca muoveva i primi passi nell'Under 21 nigeriana ed era stato scoperto dalla società belga del Molenbeek, non ancora maggiorenne. Sei gol in venti partite, quanto basta per suscitare l'interesse di un Matarrese a caccia di talenti a basso costo e di una perenne salvezza. 200 milioni, una miseria, e i buoni uffici del D.S. Regalia, factotum calcistico del Tavoliere. Lo sbarbato gioca con la Primavera, esordisce in A con il Torino e, il 18 dicembre 1999, viene mandato in campo da Fascetti come titolare contro l'Inter. Fiducia? No, ecatombe: mancavano Osmanovski e Masinga e così tocca a due ragazzini, lui e un certo Antonio Cassano, a sua volta alla seconda presenza in A.

Enyinnaya aveva qualità notevoli. Ad esempio: corsa notevole, velocità altissima, progressione entusiasmante, accelerazione bruciante, ripartenza letale, scatto felino. Insomma, correva, correva, correva senza fermarsi mai. Una specie di Forrest Gump molto più dotato fisicamente e ancora molto acerbo tatticamente. Possedere solo i rudimenti del calcio, però, quella sera per lui fu un vantaggio. Ricevuta palla a quaranta metri dalla porta, deve aver pensato: "Ho la palla, sono un attaccante, tiro". Sacchi lo ucciderebbe a mani nude, ma poco importa. Così fece partire una specie di Tomahawk quando nessuno se l'aspettava, compreso il povero Peruzzi che dovette raccogliere la palla in fondo al sacco. Era il sesto minuto del primo tempo. Era nato un fenomeno.

Dopo il repentino pareggio di Vieri al 13', a pochi secondi dalla fine viene imbeccato in contropiede Cassano. Il "pibe de Bari", nell'ordine: si porta avanti la palla di tacco, la controlla di testa in corsa, umilia l'esperto Blanc con un dribbling a rientrare e fulmina Ferron, entrato da pochi minuti al posto di Peruzzi. Era morto un fenomeno, quello di Enyinnaya. Il giorno dopo i giornali inneggiarono ai due fenomeni più o meno così: "Capolavoro di Cassano, bellissimo gol di Enyinnaya". Ora, figuratevi la situazione: ti fai un mazzo così per rimorchiare la più bella della classe, arriva la tua serata, sei bello come il sole, balli appassionatamente con lei e mentre ci stai per provare sbuca uno vestito come Tony Manero e tamarro uguale e ti ruba la scena e la ragazza. Non vi incazzereste?

Hugo non si incazzò, ma negli anni a seguire i suoi limiti vennero fuori. Restò in Italia quasi cinque stagioni: per tre anni a Bari, mentre la squadra retrocedeva, collezionando una decina di presenze all'anno, spesso spezzoni, e infortunandosi a ripetizione. Quindi passò al Livorno in B andando via l'anno prima della promozione in A. Dopo un breve ritorno a Bari, sempre in serie cadetta, andò al Foggia in C/1, giusto in tempo per confermare la sua sfiga immonda visto che la società a fine anno fallì. Lui, però, non c'era più: aveva deciso di rifarsi una vita calcistica emigrando in Polonia e cercando fortuna in serie A col Gornik Zabrze. Cercare fortuna nel calcio... in Polonia? Mi viene in mente Giobbe Covatta in un suo libro: "Quando chiesi a papà perchè era andato a cercare fortuna in Ruanda lui mi rispose <<Eh, altrimenti che fortuna è?>>". Al Gornik per il nostro appena quattro presenze e un gol, quanto basta per scendere un altro gradino e accettare l'offerta in B del Lechia Zielona Gora (nella foto è con la maglia della società polacca). Qui, finalmente, Hugo il Ciuco trova la sua dimensione: 15 reti in 27 presenze e offerta dall'Odra Opole, sempre B polacca ma con qualche velleità in più. In due anni 49 partite, molte da titolare, e 16 reti.

Enyinnaya ha 26 anni, e ancora qualche anno di calcio davanti a sè. Probabilmente, però, il punto più alto della sua carriera resterà la sera in cui il San Nicola applaudì la nascita di una stella oscurata a tempo di record da Cassano. Ironia della sorte, si parla di un altro che non ha reso quanto ci si aspettava da lui. Già, forse Hugo il Ciuco è un soprannome ingeneroso per Enyinnaya, che non è stato dotato da madre natura del piede del suo collega di Bari Vecchia. La testa più dura ce l'aveva decisamente il secondo e lo ha dimostrato ampiamente.
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