Aveva un nome di quelli che si possono permettere soltanto un argentino di Buenos Aires o il figlio di un insegnante di tango di Vimodrone: Carlos Bianchi.Sia detto per inciso, parliamo di un tecnico titolatissimo: 7 campionati argentini, 4 Libertadores, 3 Intercontinentali. Al Velez Sarsfield è ancora un Dio: vinse praticamente tutto, inclusa l'Intercontinentale, con due sberle al Milan date da uno di cui riparleremo, tale Trotta, e un altro con un nome da emoticon di Msn, Asad. Partita strana: Costacurta, che quando sente l'aria frizzantina dell'Intercontinentale si piscia sotto puntualmente, si fece buttare fuori. Un espulso anche per il Velez, il portiere di riserva Guzman che invase il campo in cerca del titolo di "Millennium Pirla". Ha fatto anche collezione di Libertadores, e qui un neofita potrebbe dirmi che l'ha vinta anche l'Once Caldas: però se fai bingo tre volte su quattro a Tokyo tanto fesso non devi essere.
Su questo concetto, quindi, siamo d'accordo. Perciò mi dico: chi era quel tizio che allenava la Roma e che sembrava la controfigura con meno capelli di Antonino Zichichi? Chi era quell'uomo paurosamente somigliante al nonno multimediale di Paolantoni dopo che ha preso la 320 volt? Vorremmo saperlo, gentilmente. La fama era quella del tecnico che sapeva fare gruppo, che aveva occhio, divertente e vincente. Praticamente la Madonna di Lourdes con meno capelli. Il suo figliuolo prediletto, però, si chiama Roberto Luis Trotta, un altro dei tanti col nome italo-argentino. Trotta, per lui, era un fenomeno, e nel campionato argentino ha lasciato un segno: su parecchie gambe avversarie, considerando il record di 17 espulsioni totali.
In compenso, però, Bianchi si filava pochino un giovincello di venti anni, alla Roma da sempre, già titolare da due stagioni: si chiamava Francesco Totti, ma quando hai Trotta che vuoi che sia? In attacco, quindi, tanto spazio al dentuto Fonseca e soprattutto a Balbo, che bene o male tenne a galla la squadra quell'anno. C'era anche Dahlin, il primo della fiorente tradizione di attaccanti svedesi dai tratti tipicamente scandinavi (lui, Larsson, Ibrahimovic, ne stiamo aspettando uno con gli occhi a mandorla).
Si parte e l'entusiasmo è alle stelle, perchè la Roma gioca e gioca bene: subito un 3-1 in casa al Piacenza, poi tre gol alla Dinamo Mosca in Coppa Uefa, poi altri due al Vicenza. Quando in casa con la Sampdoria Balbo firma il gol del vantaggio c'è già chi sogna ad occhi aperti. Poi i blucerchiati ne fanno quattro, uno dietro l'altro, schiantando la Roma all'Olimpico. La Roma, però, riparte: ancora tre gol, in trasferta, alla Dinamo, pareggio sfortunato con la Reggiana e sonoro 3-0 al Milan. La squadra va, la squadra va... la squadra va in malora di lì a poco: un punto in tre partite in campionato, tre pappine dal Karlsruhe (sesto in Bundesliga) in Coppa Uefa. Basti pensare che sotto Bianchi la Roma fece dieci punti nelle prime cinque partite, ma per arrivare a quota venti dovette praticamente terminare il girone d'andata. Nel girone di ritorno gli fu fatale una sconfitta a Torino (3-0 dalla Juventus) dopo che aveva pareggiato in casa persino con la Reggiana.
Carlos Bianchi andò via dicendosi convinto che la squadra avrebbe agganciato la zona Uefa, la società chiamò al suo posto un giovane di belle speranze, tale Nils Liedholm. La Roma eviterà la retrocessione per soli quattro punti.
E il nonno multimediale tornò in Argentina dove, sorpresa, continuerà a vincere col Boca Juniors. Sorpresa nemmeno tanto... e qui apro un discorso che non vuole essere razzista. Vanno benissimo gli attaccanti sudamericani, discretamente anche i difensori, un po' meno bene i portieri... ma gli allenatori perchè? Tabarez, Bianchi, Lazaroni, la storia del calcio italiano recente è costellata da esempi di questo genere: presidenti nostalgici di Heriberto Herrera e del "movimiento" vanno a pescare tecnici che, nei loro paesi, sono essenzialmente abituati a fare quello che fa ogni tecnico da quelle parti. Si tratta di mettere in campo i tre-quattro campioncini presenti e farsi il segno della croce.
Bianchi fu vittima di un equivoco, lo chiamarono e probabilmente, alla prima giornata, disse una cosa tipo: "Dov'è la distinta con la formazione?". "Deve farla lei, mister". "Cosa? Ma in Argentina mica la facevo io!". "In Italia è così, mister". "Uff, ma che roba, vediamo: Trotta... no, non posso mettere anche Totti, poi ci sono troppe T e suona male, mettiamo Balbo che fa tanto pugile, poi c'è Dalinho. Come sarebbe Dahlin? E' nero, sicuramente è brasiliano, quindi Dalinho". "Che schema usiamo mister?". "Come sarebbe schema? Andate in campo e segnate!". "Eh ma se non ci dà uno schema...". "Uffa, ma devo fare tutto io?".
Ok, Carlos, ora però calmo... sta arrivando l'ambulanza, non agitarti e ricorda, "NON SEI PAZZO"...





Era emerso dal nulla. Non si trattava di tecnico delle giovanili passato alla prima squadra (stile Caso) nè di ex giocatore promosso in panca (stile Platt): lui era proprio un allenatore duro e puro, di quelli che avevano fatto carriera a colpi di "squadrette". Per i primi anni della sua carriera, infatti, Luigi Maifredi da Lograto, detto Gigi, sembrava Re Mida: ovunque passasse ciò che toccava diventava oro. Pare che abbia cominciato talmente dal basso da fondare la prima squadra che allenò, il Real Brescia: non se ne trovano molte testimonianze in giro, ma ad andare bene dovette andare bene. Allenò altre squadre che all'epoca navigavano tra i dilettanti, tra cui il Crotone e, per quattro anni, il Lumezzane in Eccellenza: entrambe le squadre avevano nel futuro il calcio professionistico.
Dicevano fosse bello, e probabilmente lo era, anche se a rivedere le foto dell'epoca non posso fare a meno di notare una certa somiglianza con Camillo Milli, il presidente Borlotti della Longobarda. Dicevano avesse successo con le donne, e probabilmente ce l'aveva. Dicevano che passasse il tempo libero a fare bungee jumping senza elastico su Rita Rusic, ma queste sono voci di web e conferme non ce ne sono mai state. Quello che è certo è che la sua Fiorentina, nel 1992/93, andava molto bene e che nessuno avrebbe mai immaginato un esonero in quel momento. Lui era Gigi Radice, il presidente illuminato Vittorio Cecchi Gori. Ok, esoneri un allenatore per una sconfitta casalinga con l'Atalanta, con la squadra quarta in campionato e fino a qualche giornata prima seconda. Non sappiamo e non possiamo sapere se alla base di tutto ciò ci fosse un duello rusticano per questioni amorose oppure un semplice ed irrefrenabile masochismo. Una domanda, però, è inevitabile: tra tanti allenatori, perchè proprio Aldo Agroppi?
No, neanche se cercate il suo cognome su Google è al primo posto. Trovate prima Stacie, artista dance nonchè discreta gnocca, poi un dottore di Voghera (sponsorizzato dalla famosa casalinga) esperto in "bioelettroterapia", quindi uno scomparso di "Chi l'ha visto?" e poi lui, in fondo alla prima pagina, un filo prima del ciclista Davide. Eppure Orrico non è un cognome così comune e lui ha allenato l'Inter. Il problema è che, forse, a Milano preferiscono non ricordare troppo quell'annata.
Omen nomen, dicevano i latini. Pensando a Pirlo si potrebbe obiettare qualcosa, ma a volte la realtà è così evidente da non lasciare la forza di replicare. Nel mondo del calcio, infatti, una certa meritocrazia esiste: i successi di una persona sono (quasi) sempre correlati in qualche modo ai risultati ottenuti. Innanzi tutto devi fare punti: il calcio è pieno di teorici del bel gioco a parole che però hanno ben presente la differenza economica tra un quarto e un quinto posto. Poi, se aggiungi anche il bel gioco, magari oltre a mangiare il panettone a Natale festeggi anche un ritocco al contratto. Allora cosa può portare un allenatore a salire una categoria dietro l'altra a suon di esoneri? Il caso? Esatto, infatti parliamo di Domenico Caso, per gli amici Mimmo.