domenica, 30 marzo 2008
Aveva un nome di quelli che si possono permettere soltanto un argentino di Buenos Aires o il figlio di un insegnante di tango di Vimodrone: Carlos Bianchi.

Sia detto per inciso, parliamo di un tecnico titolatissimo: 7 campionati argentini, 4 Libertadores, 3 Intercontinentali. Al Velez Sarsfield è ancora un Dio: vinse praticamente tutto, inclusa l'Intercontinentale, con due sberle al Milan date da uno di cui riparleremo, tale Trotta, e un altro con un nome da emoticon di Msn, Asad. Partita strana: Costacurta, che quando sente l'aria frizzantina dell'Intercontinentale si piscia sotto puntualmente, si fece buttare fuori. Un espulso anche per il Velez, il portiere di riserva Guzman che invase il campo in cerca del titolo di "Millennium Pirla". Ha fatto anche collezione di Libertadores, e qui un neofita potrebbe dirmi che l'ha vinta anche l'Once Caldas: però se fai bingo tre volte su quattro a Tokyo tanto fesso non devi essere.

Su questo concetto, quindi, siamo d'accordo. Perciò mi dico: chi era quel tizio che allenava la Roma e che sembrava la controfigura con meno capelli di Antonino Zichichi? Chi era quell'uomo paurosamente somigliante al nonno multimediale di Paolantoni dopo che ha preso la 320 volt? Vorremmo saperlo, gentilmente. La fama era quella del tecnico che sapeva fare gruppo, che aveva occhio, divertente e vincente. Praticamente la Madonna di Lourdes con meno capelli. Il suo figliuolo prediletto, però, si chiama Roberto Luis Trotta, un altro dei tanti col nome italo-argentino. Trotta, per lui, era un fenomeno, e nel campionato argentino ha lasciato un segno: su parecchie gambe avversarie, considerando il record di 17 espulsioni totali.

In compenso, però, Bianchi si filava pochino un giovincello di venti anni, alla Roma da sempre, già titolare da due stagioni: si chiamava Francesco Totti, ma quando hai Trotta che vuoi che sia? In attacco, quindi, tanto spazio al dentuto Fonseca e soprattutto a Balbo, che bene o male tenne a galla la squadra quell'anno. C'era anche Dahlin, il primo della fiorente tradizione di attaccanti svedesi dai tratti tipicamente scandinavi (lui, Larsson, Ibrahimovic, ne stiamo aspettando uno con gli occhi a mandorla).

Si parte e l'entusiasmo è alle stelle, perchè la Roma gioca e gioca bene: subito un 3-1 in casa al Piacenza, poi tre gol alla Dinamo Mosca in Coppa Uefa, poi altri due al Vicenza. Quando in casa con la Sampdoria Balbo firma il gol del vantaggio c'è già chi sogna ad occhi aperti. Poi i blucerchiati ne fanno quattro, uno dietro l'altro, schiantando la Roma all'Olimpico. La Roma, però, riparte: ancora tre gol, in trasferta, alla Dinamo, pareggio sfortunato con la Reggiana e sonoro 3-0 al Milan. La squadra va, la squadra va... la squadra va in malora di lì a poco: un punto in tre partite in campionato, tre pappine dal Karlsruhe (sesto in Bundesliga) in Coppa Uefa. Basti pensare che sotto Bianchi la Roma fece dieci punti nelle prime cinque partite, ma per arrivare a quota venti dovette praticamente terminare il girone d'andata. Nel girone di ritorno gli fu fatale una sconfitta a Torino (3-0 dalla Juventus) dopo che aveva pareggiato in casa persino con la Reggiana.

Carlos Bianchi andò via dicendosi convinto che la squadra avrebbe agganciato la zona Uefa, la società chiamò al suo posto un giovane di belle speranze, tale Nils Liedholm. La Roma eviterà la retrocessione per soli quattro punti.

E il nonno multimediale tornò in Argentina dove, sorpresa, continuerà a vincere col Boca Juniors. Sorpresa nemmeno tanto... e qui apro un discorso che non vuole essere razzista. Vanno benissimo gli attaccanti sudamericani, discretamente anche i difensori, un po' meno bene i portieri... ma gli allenatori perchè? Tabarez, Bianchi, Lazaroni, la storia del calcio italiano recente è costellata da esempi di questo genere: presidenti nostalgici di Heriberto Herrera e del "movimiento" vanno a pescare tecnici che, nei loro paesi, sono essenzialmente abituati a fare quello che fa ogni tecnico da quelle parti. Si tratta di mettere in campo i tre-quattro campioncini presenti e farsi il segno della croce.

Bianchi fu vittima di un equivoco, lo chiamarono e probabilmente, alla prima giornata, disse una cosa tipo: "Dov'è la distinta con la formazione?". "Deve farla lei, mister". "Cosa? Ma in Argentina mica la facevo io!". "In Italia è così, mister". "Uff, ma che roba, vediamo: Trotta... no, non posso mettere anche Totti, poi ci sono troppe T e suona male, mettiamo Balbo che fa tanto pugile, poi c'è Dalinho. Come sarebbe Dahlin? E' nero, sicuramente è brasiliano, quindi Dalinho". "Che schema usiamo mister?". "Come sarebbe schema? Andate in campo e segnate!". "Eh ma se non ci dà uno schema...". "Uffa, ma devo fare tutto io?".

Ok, Carlos, ora però calmo... sta arrivando l'ambulanza, non agitarti e ricorda, "NON SEI PAZZO"...
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lunedì, 10 marzo 2008
Era emerso dal nulla. Non si trattava di tecnico delle giovanili passato alla prima squadra (stile Caso) nè di ex giocatore promosso in panca (stile Platt): lui era proprio un allenatore duro e puro, di quelli che avevano fatto carriera a colpi di "squadrette". Per i primi anni della sua carriera, infatti, Luigi Maifredi da Lograto, detto Gigi, sembrava Re Mida: ovunque passasse ciò che toccava diventava oro. Pare che abbia cominciato talmente dal basso da fondare la prima squadra che allenò, il Real Brescia: non se ne trovano molte testimonianze in giro, ma ad andare bene dovette andare bene. Allenò altre squadre che all'epoca navigavano tra i dilettanti, tra cui il Crotone e, per quattro anni, il Lumezzane in Eccellenza: entrambe le squadre avevano nel futuro il calcio professionistico.

La prima data da ricordare, tuttavia, per Maifredi è il 1984/85, anno in cui allena l'Orceana nell'allora Interregionale. In squadra c'è tale Renato Villa, una delle figure che saranno una costante della sua carriera assieme a Luigi Corioni. Il difensore segna dieci gol in ventinove partite, la squadra diverte e si diverte, centra la storica promozione in serie C/2. Continua la scalata, quindi: Eccellenza, Interregionale, C/2. Proprio in quarta serie si accorge di lui Corioni, allora presidente dell'Ospitaletto. La squadra bresciana era tra i professionisti da tre stagioni, ma più che altro era ricordata per essere l'unica con la divisa arancione assieme alla Pistoiese. Con Maifredi arriva anche Villa e quella piccola formazione di provincia trasforma il grigio di via Padana Superiore in un quadro a colori vivaci: la squadra vince il campionato, sempre seguendo l'imperativo di "vincere divertendosi". e arriva in C/1. Corioni, all'epoca, era presidente del Bologna in serie B e decide di chiamare proprio Maifredi sulla panchina dei felsinei. Il buon Gigi si porta dietro Villa e De Marchi e trova elementi validi come Marocchi e il bomber Marronaro. I tifosi non ci credono, la stampa non ci crede, lui invece sì. La squadra inizia perdendo a Lecce, ma per vederla di nuovo sconfitta bisognerà aspettare la quattordicesima giornata: a fine stagione è primo posto e serie A.

Aggiorniamo la situazione: Eccellenza, Interregionale, C/2 (e promozione in C/1), B, A. Nella massima serie il Bologna di Maifredi si fa onore, soffre ma alla fine si salva a un paio di giornate dalla fine. Nel 1989/90 i rossoblu, trascinati anche dal nuovo arrivato Giordano, conquistano addirittura la qualificazione alla Coppa Uefa. E' qui che spunta fuori la figura di Luca Cordero di Montezemolo. Montezemolo era un altro dei Re Mida in circolazione, e nel 1990-91gli avevano affidato il rilancio della Juventus, che ormai da cinque anni non vinceva uno scudetto. Lui, imprenditore risoluto e coraggioso, offre la panchina a Maifredi.

"Juventusiasmante", quello lo slogan della campagna abbonamenti. Si voleva vincere, convincere, stravincere. Ad esserci, la squadra c'era. Magari qualche dubbio per la difesa, dove al sempreverde Tacconi si aggiungevano De Marchi (portato da Maifredi con Marocchi), il troppo roccioso Bonetti ed elementi non proprio entusiasmanti come Luppi. Ma c'erano il già citato Marocchi, Hassler, Baggio, Casiraghi, Schillaci fresco capocannoniere mondiale. Insomma, davanti la qualità abbondava. Non gli chiedevano lo Scudetto alla prima stagione, anche se ci speravano vista la scalata della sua carriera. Maifredi rispose portando la gabbia. La gabbia, che vi abbiamo tenuto celata fino ad ora, era una costante della sua carriera: 40mX20m, lì dentro si allenavano i giocatori. La teoria alla base era che giocare col rimbalzo permettesse di migliorare riflessi e capacità di coordinamento. Tra i gabbisti dell'epoca c'era anche tale Corrado Orrico.

Pronti via, ma la Juventus non convince subito: quattro pareggi nelle prime sei gare. Poi arrivano il 4-2 con l'Inter e il sonante 5-0 alla Roma che fanno sognare i tifosi. Ecco, ingranano... sta a vedere che Maifredi vince anche qui. Alla fine del girone d'andata la squadra è seconda, gioca bene anche le prime tre partite del girone di ritorno ed anche stavolta esce il cartello "Fine Primo Tempo" e passa l'omino con i popcorn. Fine primo tempo della carriera di Gigi Maifredi, che vista a posteriori appare spezzata in due tronconi che neanche il Titanic... dalla quarta di ritorno alla fine del campionato la squadra entra in una crisi profondissima: tre vittorie, quattro pareggi e sette sconfitte, la stessa media punti del Lecce retrocesso. L'ultima giornata vede Torino, Parma e Juventus a pari punti giocarsi la qualificazione Uefa: le prime due pareggiano, i bianconeri cedono di schianto contro il Genoa e sono settimi, fuori dalle Coppe, il peggior piazzamento degli ultimi trent'anni.

Il duo Montezemolo-Maifredi va via, ma mentre per il primo la Juventus sarà una semplice parentesi nera per il secondo sarà l'inizio del declino. Allenerà ancora, ben otto squadre, e davvero le tenterà tutte. Corioni lo chiamerà a Bologna e Brescia, si affideranno a lui Genoa, Bologna, Pescara e Reggiana, verrà chiamato dall'Albacete nella serie B spagnola (almeno lì raggiungendo la salvezza), tenterà di esportare il proprio calcio in Tunisia all'Esperance. Niente da fare, o lo esonerano o lo mandano via a fine stagione. Dal 2002 fonda il Maifredi Team e ricostruisce i gol della serie A per "Quelli che il calcio". In squadra, con lui, tale Renato Villa. La Lazio di Lotito sembrava volerlo richiamare, si parlò anche del Brescia, ma furono tutti fuochi di paglia.

Maifredi, diciamocelo, è tra i disallenatori a furor di popolo: è l'emblema del tecnico scarso, e forse non merita tanta cattiveria. Provò a portare divertimento, trovò tanto scetticismo. Chi è stato allenato da lui ricorda sempre con affetto quei periodi e i suoi risultati li ha spesso ottenuti. Probabilmente, però, era un allenatore nato dalla provincia, cresciuto in provincia e inadatto a guidare grandi squadre verso grandi cicli. Finì stritolato nella morsa della velocità di un calcio troppo cambiato per lui, gigante istintivo, che neanche voleva sapere chi era l'avversario perchè il gioco lo faceva lui e basta. Provate ad affrontare così, al giorno d'oggi, un Mourinho: 9 su 10 non ne uscite tanto bene. Così negli ultimi dieci anni della sua carriera ha collezionato brutte figure una dietro l'altra, schierando squadre spesso inguardabili ed entrando nella "Worst Ten" degli allenatori italiani di diritto. Ma la Bassa bresciana, quella con la B maiuscola e l'entusiasmo spesso minuscolo, ricorda ancora le squadre del Gigi e c'è da scommettere che le ricorderà ancora per un po'.
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martedì, 26 febbraio 2008
Dicevano fosse bello, e probabilmente lo era, anche se a rivedere le foto dell'epoca non posso fare a meno di notare una certa somiglianza con Camillo Milli, il presidente Borlotti della Longobarda. Dicevano avesse successo con le donne, e probabilmente ce l'aveva. Dicevano che passasse il tempo libero a fare bungee jumping senza elastico su Rita Rusic, ma queste sono voci di web e conferme non ce ne sono mai state. Quello che è certo è che la sua Fiorentina, nel 1992/93, andava molto bene e che nessuno avrebbe mai immaginato un esonero in quel momento. Lui era Gigi Radice, il presidente illuminato Vittorio Cecchi Gori. Ok, esoneri un allenatore per una sconfitta casalinga con l'Atalanta, con la squadra quarta in campionato e fino a qualche giornata prima seconda. Non sappiamo e non possiamo sapere se alla base di tutto ciò ci fosse un duello rusticano per questioni amorose oppure un semplice ed irrefrenabile masochismo. Una domanda, però, è inevitabile: tra tanti allenatori, perchè proprio Aldo Agroppi?

Il nome di Agroppi, intendiamoci, fino a qualche stagione prima era abbastanza gettonato. Toscanaccio DOC (nato a Piombino) dopo una buona carriera da calciatore era passato ad allenare. Prima stagione, buona, col Pescara e e poi il botto: serie A raggiunta col Pisa, al primo colpo, per giunta con un organico privo di "Saranno Famosi". C'era un ottimo portiere, Mannini. Non c'era più la stellina Odoacre Chierico, passato alla Roma l'anno prima. Non c'era ancora Wim Kieft. Un'impresa.

L'anno dopo, però, Agroppi a sorpresa non è confermato: passa al Perugia per una stagione mediocre e a Padova, nel 1983/84, conosce il primo esonero della carriera. Nel 1984/85 risale agli onori della cronaca per il suo Perugia, che sfiora la promozione arrivando quarto e perdendo una sola partita. Come si fa, direte voi? Semplice: ne perdi una, ne vinci undici (meno del Cagliari quasi retrocesso) e ne pareggi ventisei. Sissignori, ventisei! Qualcuno potrebbe ricordare il Perugia 1978/79, imbattuto e secondo in serie A: undici vittorie, diciannove pareggi. Se vediamo i numeri della stagione di Agroppi a Pisa, però, troviamo ben ventitrè volte il segno X e una sola vittoria più del Rimini retrocesso in C/1. Anche qui la domanda sorge spontanea: era il Perugia a soffrire di pareggite oppure Agroppi? Considerando che una squadra cambia a seconda di allenatori, filosofia di gioco e calciatori, ci si potrebbe orientare verso la risposta B. Però anche un allenatore può cambiare, e infatti Agroppi virò bruscamente dal pareggio alla sconfitta.

In mezzo, però, la prima esperienza con la Fiorentina. Anno 1985/86, quarto posto finale, qualificazione Uefa. Ancora una volta, neanche a dirlo, la Roma arriva seconda con più sconfitte dei viola e il risultato più gettonato è il pareggio. Il "meglio non prenderle", però, in quegli anni poteva anche starci, specie con i due punti per la vittoria. Tuttavia, se di quei tempi nominavi ad un tifoso fiorentino Agroppi, minimo rischiavi un voodoo. Non faceva giocare Antognoni, gli preferiva Onorati. Più o meno come se vai a Roma e metti in discussione Totti. Alcuni idioti travestiti da tifosi provano persino ad aggredirlo. A chiudere il suo annus horribilis arriva lo scandalo calcio-scommesse: Agroppi è coinvolto e becca una squalifica di quattro mesi.

A quel punto la sua carriera svolta: verso il baratro. Torna nel 1987/88, a Como, e viene esonerato. Si ferma un anno. Lo chiama l'Ascoli, che arriva ultimo. Si ferma due anni. L'uomo del pareggio non sa neanche più pareggiare. Ora, avete un allenatore in declino, odiato dai tifosi, con un calcio sempre più inadatto al gioco veloce e spumeggiante che si andava affermando all'epoca. Parliamo degli anni in cui il calcio passò da una terza andante a una quinta piena, puntando su tattica e velocità. E tu, Vittorione, richiami Agroppi? Parlavamo, all'inizio della rubrica, del senso del rischio. In questo caso, più che rischio, era incoscienza.

Agroppi si siede in panca e parte con una serie che sembra tratta da un vecchio manageriale di calcio, quelli dove se la squadra prendeva il giro negativo non vinceva una partita neanche se compravi Padre Pio come trequartista. Perde, pareggia, perde, pareggia, pareggia, perde, perde, pareggia, perde. Becca subito quattro gol ad Udine, mettendo in cassaforte un risultato decisivo per la retrocessione, che arriverà per via della classifica avulsa. Riesce a prenderle persino ad Ancona, squadra che terminerà penultima ad undici punti dalla salvezza. La prima vittoria della sua gestione è in casa contro il Pescara, che arriverà ultimo. Pareggia in casa col Brescia, l'altra squadra che terminerà a pari punti coi viola a fine stagione.

La Fiorentina della cura-Agroppi riesce ad essere straziante come un melodramma della peggior specie. In campo? Gente come Batistuta, Baiano, Laudrup. Proprio robetta. Alla trentesima giornata Agroppi viene mandato via: non siederà più su una panchina. Al suo posto, ironia della sorte, un tandem composto da Luciano Chiarugi e Giancarlo Antognoni. Già, proprio Antognoni.

Un degno atto di chiusura di un'opera scadente, quell'anno. Il crollo della Fiorentina è stato il più netto che si sia mai visto in serie A assieme a quello del Foggia di Catuzzi. Quest'ultimo, però, almeno era andato da solo sulle stelle e poi alle stalle. Agroppi, invece, riuscì ad imprimere nella squadra una prodigiosa mentalità perdente. I suoi successori non poterono fare molto per salvare la Fiorentina, e non c'è da biasimarli. Mettiamo che ora vengo a casa vostra, prendo un bellissimo vaso Ming, lo sbatto per terra con forza e poi vi dò un tubetto di colla Uhu e dico: "Incollalo, però in giornata". Se lo facessi sareste autorizzati a violare la mia verginità anale. Visti i precedenti, Agroppi può ritenersi fortunato che a nessuno dei tifosi sia saltata in mente l'idea...

Ora Agroppi di professione fa il Pontefice, nel senso che pontifica dal piccolo schermo intervenendo ogni tanto in varie trasmissioni. Si narra che un giorno un ospite gli abbia chiesto: "Lei che parla tanto, cosa ha vinto?" e che lui abbia risposto "Un campionato di B".

Falso Aldo, falso... finisti secondo dietro il Verona...
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martedì, 19 febbraio 2008
No, neanche se cercate il suo cognome su Google è al primo posto. Trovate prima Stacie, artista dance nonchè discreta gnocca, poi un dottore di Voghera (sponsorizzato dalla famosa casalinga) esperto in "bioelettroterapia", quindi uno scomparso di "Chi l'ha visto?" e poi lui, in fondo alla prima pagina, un filo prima del ciclista Davide. Eppure Orrico non è un cognome così comune e lui ha allenato l'Inter. Il problema è che, forse, a Milano preferiscono non ricordare troppo quell'annata.

Se Caso ha dato vita ad una scalata travolgente a colpi di insuccessi, per il buon Corrado non fu così. Lui ha più volte salito la torre, lentamente, a suon di ottime provinciali, per poi essere scaraventato giù di colpo. Faceva parte della schiera dei "Teorici del calcio", quelli che per intenderci non hanno giocato mai, come Sacchi, oppure hanno giocato poco. Sette anni alla Sarzanese, effettivamente, non erano granchè per quest'uomo classe 1940 nato a Massa. In quell'ameno loco trascorse i primi tre anni da allenatore per poi imbarcarsi in una serie di avventure provinciali: Carrarese, Massese per par condicio, Camaiore e poi ancora Carrarese, dove arriva a sfiorare la C/1. In tutto questo, dal 1966, siamo passati al 1979. Lo nota l'Udinese: il suo è un bel calcio e la compagine friulana è appena tornata in A dopo un esilio di quasi vent'anni. Via Giacomini, reduce da due promozioni di fila, dentro Orrico.

Il suo gioco "spumeggiante" e volto alla vittoria si fa notare subito: sette giornate e sei pareggi, oltre ad una sconfitta. Roba che neanche la prima Inter di Mancini. Alla fine del girone d'andata solo due vittorie, ma nel girone di ritorno si cambia marcia, passando dalla prima alla retro: cinque sconfitte, due pareggi e "Op! Op! Op! Foeura dai ball!". Corrado, mestamente, torna in C/2, a Carrara, dove resta tre anni sabbatici prima di ricominciare a peregrinare: Brescia, di nuovo Carrara, Prato, ancora Carrara, poi Lucca, dove finalmente il "nostro" con la sua zona ingrana. Sale dalla C alla B, sfiora addirittura la serie A. Se ne parla e se ne parla bene, torna ad avere mercato.

Ora, si diceva nella prima puntata degli atti di coraggio e di necessità. Quello di Lotito con Caso fu probabilmente del secondo tipo, quello di Pellegrini fu invece coraggio puro, visto che gli affidò l'eredità di Trapattoni. L'allora già cinquantenne Orrico si trovò a guidare una squadra che solo due anni prima aveva frantumato tutti i record in serie A. Una fuoriserie ad altissima cilindrata per un tecnico definito estremamente innovativo. Innovativo come certi politici italiani, verrebbe da dire: Orrico giocava col WM, metodo inventato da Chapman per l'Arsenal negli anni '20 e già messo in cantina dal sistema MM ungherese. Tre difensori, due mediani, due mezzali, due ali, una punta. La versione originale prevedeva una marcatura rigidamente ad uomo. Orrico, invece, andava a zona. Una sorta di "pot pourrì" di varie tattiche per ottenere un unico, "innovativo", papocchio.

L'innovazione principale portata da Orrico fu, probabilmente, la gabbia. Già, una vera e propria "gabbia" nella quale faceva allenare i calciatore senza uno straccio di pausa. La palla non usciva, rimbalzava sulle pareti e finiva di nuovo tra i piedi degli esausti giocatori. Serviva ad abituarsi a una maggiore velocità di gioco? Secondo molti rischiava solo di indurre l'attaccante ad abbattere il guardalinee cercando il gol di sponda. La gabbia verrà riesumata anche da Maifredi. Signore perdonali...

L'Inter di Orrico parte con uno stentato pareggio col Foggia ma poi batte Roma e Verona. Fuochi fatui. La Sampdoria gliene rifila quattro, arrivano un paio di vittorie e poi cinque pareggi in sei partite che tolgono l'Inter in anticipo dal novero delle pretendenti al titolo. Alla sconfitta con l'Atalanta, alla fine del girone d'andata, Pellegrini fa ciao con la manina perchè è saturo. La squadra non riesce a segnare ed esce al primo turno di Coppa Uefa contro il modesto Boavista. Orrico, dopo la sconfitta nella partita d'andata contro i portoghesi, disse (cito testualmente Wikipedia) che sarebbe stato più facile che crollasse il Duomo di Milano piuttosto che l'Inter fosse eliminata dalla Coppa. Viva le dichiarazioni prudenti!

Corrado resta fermo un anno e poi indovinate dove va? Se state pensando "Carrarese" avete indovinato. Niente bambolina perchè era troppo facile. Orrico, subito dopo, va ad allenare in sequenza Avellino, Alessandria e Lucchese, infilando un trittico di retrocessioni e giocandosi la fiducia del pubblico di Lucca. In mezzo un nuovo, breve e presumibilmente ultimo assaggio di serie A con l'Empoli.  Dopo un'altra deludente esperienza a Treviso e un breve ritorno alla Massese, nel 2006-2007 finalmente trova una squadra che, dopo tre anni di inattività, gli dà fiducia. Sì, ok, è la Carrarese...

Quarant'anni da allenatore, gli unici successi in C. Con tutto il rispetto per Pellegrini, credo che gli interisti preferiscano Moratti.
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venerdì, 15 febbraio 2008

Una scelta comporta coraggio, specie quando è inattesa. Anche e soprattutto quando si sceglie un allenatore. La cosa è più facile quando sei una piccola e sei, in un certo senso, "moralmente autorizzata" a prendere lo sconosciuto di turno che magari ti fa anche divertire. Se sei una grande società, la cosa è ben diversa. Ogni squadra, o quasi, ha nella sua storia almeno un allenatore che ha lasciato sconcertati tutti dal giorno del suo arrivo a quello della sua partenza. Spesso scelte troppo coraggiose, a volte ripieghi per motivi di budget, questi preziosi uomini seminano il frutto della loro sapienza e della loro insipienza lasciando dietro di sè macerie fumanti e testicoli rotanti. Sono i mallenatori. Proviamo a ricordarne qualcuno in una carrellata nostalgica.

Omen nomen, dicevano i latini. Pensando a Pirlo si potrebbe obiettare qualcosa, ma a volte la realtà è così evidente da non lasciare la forza di replicare. Nel mondo del calcio, infatti, una certa meritocrazia esiste: i successi di una persona sono (quasi) sempre correlati in qualche modo ai risultati ottenuti. Innanzi tutto devi fare punti: il calcio è pieno di teorici del bel gioco a parole che però hanno ben presente la differenza economica tra un quarto e un quinto posto. Poi, se aggiungi anche il bel gioco, magari oltre a mangiare il panettone a Natale festeggi anche un ritocco al contratto. Allora cosa può portare un allenatore a salire una categoria dietro l'altra a suon di esoneri? Il caso? Esatto, infatti parliamo di Domenico Caso, per gli amici Mimmo.

Buon centrocampista da giocatore, Caso aveva alle spalle una carriera più che decennale in serie A: Fiorentina, Napoli, Inter e, dopo l'intermezzo di Perugia in B, Torino. Per lui anche una convocazione in Nazionale, rimasta isolata, ad appena vent'anni. Finale di carriera più che dignitoso con tre stagioni alla Lazio, sgoccioli di agonismo spesi prima al Latina e poi all'Orceana, squadra del bresciano esperta in mallenatori visto che fino a pochi anni prima era guidata da un Maifredi ancora rampante.

Finita la carriera da calciatore, Caso ricomincia dalla gavetta guidando le giovanili della Lazio e arrivando, nel 1995, alla conquista dello scudetto Primavera. Gli elogi si sprecano e, come già accaduto a tanti, Caso nel 1997 si decide a tentare la carriera da allenatore professionista. I buoni trascorsi in campo juniores non passano inosservati e il nome del buon Mimmo ha un certo mercato, anche se non eccelso. Lo chiama il Foggia, in B, con l'obiettivo di un campionato tranquillo. Certo, l'accoppiata formata da lui e da Giovanni Galli come D.G. induce i tifosi dei satanelli a pensare a qualcosa di diverso. E qualcosa di diverso sarà, ma non come speravano a Foggia: la squadra stenta, naviga in bassa classifica, dopo 23 partite Caso conosce il primo esonero della sua carriera salvo ritornare dopo poche giornate senza riuscire ad evitare un'ingloriosa retrocessione in C/1. La squadra non era fenomenale, ma neanche scarsa: c'erano Flavio Roma, Paolo Bianco, Daniele Franceschini, Giuseppe Colucci. Tutta gente che prima o poi in A ci arriverà e ci resterà. Colpa della rosa "acerba"? Può essere, ma se avevano preso Caso era perchè sapeva lavorare con i giovani...

La prima non è andata, pazienza. Ma non può essere neanche una condanna definitiva, in fondo in quel Foggia c’era ben poco che funzionava. C’è ancora fiducia in Caso e Luca Campedelli lo chiama ad allenare il Chievo: società sana, obiettivi di vertice, i tifosi non lo sapevano ma mancava poco al boom di Del Neri. Quell’anno la squadra più che esplodere scoppiò ad inizio campionato: Caso, che da buon formatore sa riconoscere i giocatori che valgono, portò con se Roma e Franceschini. In attacco Marazzina, Cossato e Cerbone. In rosa D’Anna, D’Angelo, Legrottaglie, Conteh e Corini. Praticamente la stessa gente che in A stupirà tutti. Il Chievo di Caso, però, stenta di brutto e dopo 14 giornate è quartultimo con dodici punti. Arriva il secondo esonero per l’allenatore ebolitano, e da quel momento la squadra veronese tiene più o meno la stessa andatura delle squadre che lottano per la A, finendo a metà classifica.

Stavolta nessuno lo chiama più, l’anno successivo resta senza panca ma, nel 2000-2001, la Pistoiese in difficoltà gli offre la panchina. Su quest’esperienza poco da dire: la rosa non era delle migliori, eccezion fatta per Ciccio Baiano. C’era un Barzagli imberbe e, soprattutto, la “forza di Aglietti” era con loro. L’avventura in terra toscana fu difficile, il pubblico non stimava il nuovo tecnico e il gioco non era dei migliori. I risultati, però, arrivarono: 3 vittorie, 2 pareggi e 5 sconfitte. Niente di eccezionale, ma neanche pessimo. Dopo la sconfitta col Crotone, però, Caso rassegnò le dimissioni e rimase inattivo fino al 2003-2004, quando venne richiamato a guidare la Primavera della Lazio.

Facciamo il punto della situazione: due volte esonerato, una volta dimesso, sempre in B e a volte con organici dalle notevoli potenzialità, che con altri allenatori hanno puntualmente reso meglio. C’è qualcosa che non va, non trovate? Anche il buon Mimmo pareva essersene accorto e, dopo aver commentato per la Rai i Mondiali del 2002, riuscendo a non farsi esonerare, si era di buon grado adattato ad allenare di nuovo le giovanili laziali. Poi arrivò lui, il “moralizzatore”, Claudio Lotito. L’homo lotitus aveva rilevato una Lazio sull’orlo del fallimento per via dei casini di Cragnotti e, come prima cosa, aveva ovviamente smantellato un organico che non poteva permettersi facendo arrivare al posto delle stelle tanti buoni comprimari, confermando qualche senatore e prendendo una caterva di sudamericani di cui  “Ne resterà uno solo” (Talamonti).  E ora, prima di continuare la storia, una breve gag per intrattenere i gentili lettori.

--Copione--

(Primo Giornalista) Presidente, chi sarà l’allenatore della Lazio?

(Homo Lotitus) Domenico Caso!

(breve silenzio, sguardi dubbiosi a soggetto)

(Secondo Giornalista) No, presidente, non diciamo quello delle giovanili, ma quello della squadra maggiore.

(Homo Lotitus) Domenico Caso!

(silenzio inquietante e preoccupato a soggetto)

(Terzo Giornalista) Presidente... la squadra maggiore... quella dei professionisti...

(Homo Lotitus) Domenico Caso!

(silenzio incredulo a soggetto)

(Quarto Giornalista) Ah... e come mai... ha scelto lui?

(Homo Lotitus) Costava poc... ehm... cioè... ha  sempre tenuto in alta considerazione i giovani! E questo è il nostro spirito!

(risate isteriche mal trattenute a soggetto)

--Fine Copione--


Fermiamo le bocce: questo alla Lazio allenava la Primavera... in B ha trovato rose di sbarbati... chi doveva fare giocare, Chinaglia? Della serie “E’ un prodotto Grazia Arcazzo”.

Parte il torneo e la Lazio, nelle prime 17 giornate, fa 17 punti. Ottima media, se vuoi andare in B. Lotito cambia, e pare sul punto di prendere Maifredi. Quando lo lessi controllai se per caso era il primo di aprile. Come se per guarire da una frattura al braccio me lo amputassi direttamente. Poi la ragione ebbe la meglio, dopo l’esonero di Caso (fatale un 3-0 rimediato dall’Udinese) squadra a Papadopulo, che non sarà stato Mourinho ma traghettò senza patemi la squadra fino alla salvezza.

Visto che a ogni esonero è andato sempre più in alto, forse Caso sperava nella chiamata dell’Inter. Quei cattivoni, però, hanno preso Mancini e il buon Mimmo si è dovuto accontentare di sostituire Brini alla Ternana, conducendo la squadra a una brillante retrocessione.

Una prece.

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