martedì, 01 aprile 2008

Rivoluzione e anticonformismo, capelli lunghi e vestiti larghi, Woodstock e marijuana. In una parola, gli Anni ‘70. Il Mondo è capovolto: musica, politica, società, arte. Non c’è un aspetto della vita che non conosca cambiamenti radicali. Nel calcio il simbolo della novità è l’Olanda. Una squadra magnifica, ideale sintesi delle due massime espressioni di club. Il Feyenoord, apripista dei trionfi con il successo nella Coppa Campioni ’70, e il grande Ajax, tre volte consecutive sul tetto d’Europa, dal ’71 al ’73. Gli Ajacidi in particolare sono i vessilliferi di un calcio modernissimo, che ha abrogato le specifiche di ruolo e si basa su una preparazione atletica superiore, sistematica, con sedute di allenamento massacranti, corse lunghe chilometri, scatti e controscatti tra pianure e colline.

I giocatori poi non sono più semplici protagonisti sul campo. Si spostano in ritiro con fidanzate e mogli al seguito, vestono alla moda, portano i capelli al vento, concedono interviste solo a pagamento, si fanno sponsor, vendendo gli articoli di cui sono i proprietari (dalle magliette ai palloni) e mettendo la loro faccia sui prodotti pubblicitari. Fuori dal campo, la più grande rivoluzione culturale applicata al calcio, con i calciatori che diventano divi di Hollywood, macchine per fare soldi, attori strapagati di un circuito chiuso e inaccessibile.

In campo, di rivoluzionario c’è molto meno di quello che comunemente si pensa. Il “calcio totale”, privo di ruoli fissi, con sovrapposizioni continue e movimenti costanti senza palla è di ispirazione danubiana e gli ungheresi 20 anni prima lo hanno già confezionato, pronto per l’uso; la zona è concetto vecchio come il Mondo; una preparazione atletica avanti alla propria epoca per inchiodare gli avversari sul ritmo era già stata applicata da Erbstein, nel Grande Torino del dopoguerra.

Di certo, gli olandesi tracciano il solco: dopo di loro, il calcio diventa atletismo, fisicità, senso del collettivo, e tale resta per una decina d’anni prima che un argentino di 160 cm riporti l’individuo al centro dell’universo, come in una vera e propria rivoluzione copernicana al contrario, vincendo un Mondiale da solo. Resta la qualità assoluta di una generazione fantastica, che ha nel divino Johan Cruyff, per molti il più grande calciatore europeo di tutte le epoche, il suo zenith.

Rinus Michels (foto a destra), tecnico dell’Olanda in vista del Mondiale ’74, assembla una squadra su due blocchi, Ajax e Feyenoord, come già aveva fatto Sebes con l’Ungheria (Honved più Voros Lobogo). Ecco come si presenta l’Olanda ’74, fedele nello schieramento iniziale al 4-3-3, il modulo che forse meglio di qualunque altro si adatta ai meccanismi della zona, e con i giocatori che smettono di seguire la numerazione classica delle maglie dall’1 all’11 ma scelgono i numeri che più a loro piacciono.

In porta Jongbloed, uno sberleffo ai canoni del ruolo, con l’8 sulla maglia, la divisa gialla (che suscita parecchia ilarità tra pubblico e critica), la tendenza a uscire palla al piede. Tra i pali si dimostra però spesso un discreto estremo a dispetto della negativa fama. In difesa, i punti fissi sono i due centrali, Haan più portato alla costruzione del gioco, e Rijsbergen. A centrocampo, le due pedine basilari sono il regista Van Hanegem, cervello del Feyenoord, detto “il Gobbo” per l’andatura ricurva ma dotato di grande fondo atletico e spiccato senso del gioco. Al suo fianco, lo sgobbone Jansen.

Tutti gli altri giocatori sono in continuo movimento e a turno possono tramutarsi in terzini, ali, mediani, attaccanti. A partire dai terzini nominali, Suurbier a destra e Krol a sinistra, giocatori di grandi mezzi fisici e tecnici, in particolare il secondo, emblema della nuova versatilità dei difensori e capace nel proseguio della carriera di trasformarsi in un superbo libero. In mezzo, il più universale di tutti, Johan Neeskens, che nasce centrocampista ma opera con indifferente bravura in difesa, come mediano, regista, rifinitore e attaccante. L’attacco consta di tre pedine molto mobili: le ali Rep e Rensenbrink che spesso si accentrano per favorire l’avanzata di Suurbier e Krol, e il grandissimo Joahn Cruyff (foto a sinistra). Figlio di una lavandaia, orfano di padre a 12 anni, da piccolo è esile come un giunco. Duri allenamenti alla scuola ajacide lo temprano nel fisico fino a trasformarlo in un superbo atleta. Cruyff diventa ben presto il simbolo del calcio olandese e di un’epoca: la tecnica superiore, l’atletismo dirompente, il carisma tipico del leader sono abbinati a una velocità supersonica che gli permette di infilarsi tra le pieghe della partita ove più lo portano l’estro e le varie situazioni di gioco: da attaccante centrale, posizione da cui è solito partire, lo si può trovare nel giro di un minuto a dettare i tempi nel cuore della manovra, salvo ripartire nuovamente a velocità tripla verso la porta avversaria.

Il Mondiale ’74 si inchina alla bellezza del gioco orange: sovrapposizioni, velocità, pressing, una ragnatela di passaggi brevi, un torello continuo e sistematicamente proiettato verso la porta avversaria. Uruguay, Bulgaria, Argentina, Germania Est, Brasile: la lista delle vittime, impotenti di fronte a uno spettacolo così sublime, è lunga.

Si arriva così all’appuntamento più atteso, la finale di Monaco del 7 luglio 1974, tra quelle che sono davvero le migliori nazionali del Mondo: la conservatrice Germania Ovest di Beckenbauer e l’innovatrice Olanda di Cruyff. Alla prima azione di gioco, gli olandesi vanno in porta senza mai far toccar palla ai padroni di casa: Cruyff parte con il suo solito imprendibile stile, Vogts lo atterra. Rigore, puntualmente trasformato da Neeskens. Sembra l’inizio del solito dominio, del solito spettacolo.

Ma la Germania ha qualità e nervi saldi per non crollare. Beckenbauer capisce che non è il caso di salire palla al piede e posizionarsi davanti alla terza linea come d’uopo, ma resta in attesa, alle spalle di tutti a controllare e ragionare con certosina pazienza. I tedeschi non hanno fretta, aspettano e ripartono. Al 25’ ottengono un giusto rigore, e il maoista Breitner fa 1-1 dagli undici metri. L’Olanda ricomincia ad attaccare, in un forcing continuo ma la difesa tedesca, protetta da un magistrale Kaiser Franz e con Vogts che ha messo la museruola alla stella Cruyff, regge l’urto. E al 44’, una percussione a destra di Bonhof è premiata al centro dal guizzo del solito rapace Gerd Muller che si gira in un nanosecondo e fa secco Jongbloed. Nella ripresa la marea orange si fa ancora più impetuosa ma non basta. Alla fine a festeggiare sono i padroni di casa. Meno rivoluzionari, meno portati a spendere energie fisiche e atletiche, ma ugualmente meritevoli del titolo grazie a una qualità di assi di straordinaria levatura.

Il secondo posto ridimensiona in parte il progetto olandese ma i frutti oramai sono gettati sulla scena internazionale. Gli Europei ’76, chiusi al terzo posto, segnano il passo d’addio alla nazionale di Cruyff. Ai successivi campionati del Mondo del ’78, senza più il maestro Johan, l’Olanda arriva ancora seconda alle spalle dell’Argentina padrona di casa ma si rende protagonista di un calcio meno rivoluzionario e spettacolare, anche se sempre con l’imprintur della zona. Un’ulteriore conferma che è il valore dei singoli (in questo caso, è venuto a mancare Il Singolo per eccellenza, Cruyff) a rendere spettacolare e forte una squadra ed efficace un modulo. Perché è la qualità dei solisti la vera arma che ha permesso al movimento olandese di vincere 4 Coppe Campioni consecutive e arrivare a un passo dal doppio trionfo Mondiale. Anche se molti, soprattutto in Italia, non riescono sulle prime a capirlo.

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venerdì, 22 febbraio 2008

Hanno fatto la storia. Ammirate per il loro gioco spettacolare o criticate per l’atteggiamento chiuso. Imbottite di campioni oppure basate su un solido collettivo. Vincenti o sconfitte a un passo dall’arrivo, come l’Ungheria del ’54. Si parla delle squadre più forti della storia, di quelle che hanno lasciato un segno nel mondo del calcio con il loro gioco, quelle che sono entrate nella leggenda. Ce ne parlerà, ogni mese, Marco Bode, nuovo collaboratore del blog e profondissimo conoscitore della storia del calcio. Come omaggio ai recenti Mondiali si parte con l’Italia. Ma non con quella del 2006...

Campioni del Mondo. Un’espressione che nella storia del nostro Paese si è sentita, nel calcio, quattro volte. L’ultima ce lo ricordiamo tutti: 9 giugno 2006, Olympiastadion di Berlino, Francia sconfitta ai rigori, l’urlo liberatorio di Fabio Caressa in mondovisione. La prima invece se la ricordano in pochissimi. Era il 10 giugno 1934, Stadio del partito nazionale fascista, l’Italia supera la Cecoslovacchia ai supplementari.

Anni difficili e di grandi cambiamenti, quelli immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale. La crisi economica del dopo ‘29, l’avvento delle dittature, i venti di una nuova, terribile guerra che già spirano sulla debole Europa. Il calcio è dominato dalle potenze mitteleuropee, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, vessillifere di un gioco armonioso e spettacolare, nato dalle ceneri dell’Impero asburgico. L’Italia insegue, nell’ombra. Ma nel 1929 accadono due eventi che segnano la svolta e innalzano decisamente il tasso qualitativo del calcio azzurro: la federazione opta per la creazione di un campionato a girone unico, dal Nord al Sud, decisione che favorisce la competitività e semplifica le scelte anche in termini di convocazioni per la Nazionale; alla guida della quale viene nominato il torinese Vittorio Pozzo, inserito da tempo nei quadri federali. Profondo conoscitore del calcio inglese, così all’avanguardia sul piano della preparazione, del rigore e dell’organizzazione, Pozzo (nella foto a destra) trasferisce queste componenti alle nostre latitudini. Sul piano tattico, non stravolge la disposizione della squadra, che resta fedele al Metodo (o modulo a doppia W), sistema di gioco all’epoca dominante. Ma a questo abbina concetti come pragmatismo ed essenzialità, gettando i semi di quelli che poi, con l’avvento del catenaccio e la nascita della scuola di Coverciano negli Anni ’60 sarebbe passato alla storia come calcio all’italiana.

La sua Italia entra definitivamente nel gotha del calcio europeo l’11 maggio 1930, quando a Budapest va in scena la partita con l’Ungheria, valevole per la Coppa Internazionale, manifestazione antesignana dei campionati Europei e alla quale partecipano le tre potenze mitteleuropee, l’Italia e la Svizzera. Alla vigilia i giornali magiari celebrano il successo come certo: non osano neppure immaginare che quel giorno segni il definitivo passaggio di consegne della supremazia europea. Invece, una volta in campo, accade l’impensabile. Pozzo presenta in attacco uno sbarbatello di soli 20 anni, destinato alla gloria massima: si chiama Giuseppe Meazza. L’Ungheria attacca attraverso una fitta e costante trama di passaggi orizzontali ma sbatte sistematicamente sul muro eretto davanti a Combi. E quando la furia magiara si esaurisce, entra in scena Meazza: la sua velocità gli consente di volare sulle ali del contropiede e firmare tre reti di astuzia e cinismo. Che unite ai centri conclusivi di Magnozzi e Costantino, confezionano un impensabile e stordente 5-0. Gianni Brera il giorno dopo scrive: “Come l’Uruguay nel 1924, così l’Italia entra in geografia direttamente da Budapest alta Ungheria”.

Il trionfo al cospetto dei maestri ungheresi innalza notevolmente il livello di interesse del nostro Paese, e di conseguenza del suo regime, verso il calcio. Mussolini preme e riesce a ottenere l’organizzazione del secondo campionato del Mondo, nel 1934. L’Italia si presenta ai nastri di partenza con una formazione collaudata, potenziata dall’arrivo di tre oriundi argentini: il centromediano Luis Monti e le ali Guaita e Orsi. La favorita è però l’Austria Wunderteam di Hugo Meisl, che ha subito appena una sconfitta negli ultimi tre anni, 3-4 contro gli inglesi a Stamford Bridge, e applica un gioco nuovo ed esteticamente senza eguali, incentrato su passaggi brevi e movimenti costanti. Pozzo però si fida delle sue concezioni calcistiche ben più spicce. Schierata secondo Metodo, ecco come a grandi linee si presenta l’Italia sul proscenio mondiale.Il torinese Combi tra i pali (in realtà il titolare designato era il bergamasco Ceresoli ma all’ultimo si infortuna e Pozzo è costretto a chiamare lo juventino che aveva appena appeso le scarpe al chiodo). La difesa, con i due terzini d’area liberi da compiti di marcatura, vede l’alessandrino Monzeglio alle spalle del cuneese Allemandi. Davanti a loro, Monti funge da stopper sul centravanti avversario ma anche da primo regista: i suoi lanci precisi e a lunga gittata sono l’ideale per azionare il mortifero contropiede. Ai lati dell’argentino, i mediani, il romano Ferraris IV e il genovese Bertolini. In attacco, le due mezzali, l’alessandrino Ferrari che collega i reparti e tesse le trame del gioco, e il milanese Meazza, sempre pronto a suggerire per la prima linea o infilarsi negli spazi per concludere personalmente. Le due ali Guaita e Orsi, quest’ultimo in particolare dotatissimo sul piano tecnico, sfruttano il gioco aereo del centravanti boa-terminale, il bolognese Schiavio.

Superata nella partita eliminatoria di marzo la Grecia con un eloquente 4-0 (doppietta di Meazza, reti di Guarisi e Ferrari), l’Italia esordisce nel Mondiale domenica 27 maggio allo Stadio del Partito Nazionale Fascista, avversari gli Stati Uniti. Ostacolo saltato agevolmente, con un 7-1 firmato Schiavio (tripletta), Orsi (doppietta), Ferrari e Meazza. Giovedì 31 nei quarti ci tocca la Spagna. Arbitra il belga Baert. Gli spagnoli hanno eliminato 3-1 il Brasile di Leonidas e schierano quello che è ritenuto il miglior portiere del Mondo: Ricardo Martinez Zamora, detto “El Divino”. Il suo stile è modernissimo. In un’epoca di portieri-statua, Zamora mette in mostra una mobilità fuori dal comune: uscite al limite dell’area, parate in presa, interventi prodigiosi all’incrocio con la mano di richiamo. In più, una debordante personalità, inasprita dagli stenti dell’infanzia. Dicono addirittura che gli avversari restino stregati quando incrociano il suo sguardo. Meazza e compagni lo sono di certo. Gli azzurri attaccano fin dai primi minuti a testa bassa ma Zamora sembra invulnerabile. E quando Regueiro fulmina Combi per l’incredibile vantaggio ospite, qualcuno in tribuna comincia a sussurrare: “1-0 y Zamora de portero”, che liberamente tradotto significa: alla squadra che allinea Zamora basta segnare una rete per vincere, tanto poi ci pensa lui a respingere ogni assalto. Ci vuole tutta la compiacenza dell’arbitro belga per pareggiare i conti sul finire del primo tempo: sulla punizione da destra di Pizziolo, Schiavio carica irregolarmente “El Divino” che sta per avventarsi sul pallone, la sfera resta in gioco e Ferrari da due passi insacca. Le proteste degli iberici sono inutili: il Duce organizza il Mondiale, il Duce vuole vincerlo. Nella ripresa l’assalto italiano si fa ancora più massiccio: tutto inutile. L’1-1 protrae la contesa ai supplementari: all’ultimo minuto Guaita ha la chance della vittoria, il suo diagonale a pelo d’erba è reso ancor più velenoso dal terreno viscido. Ma Zamora con un tuffo prodigioso ferma il pallone con una mano. La partita finisce pari ma è un trionfo del portiere iberico. Si rigioca il giorno seguente però Zamora stranamente non c’è, al pari di sette suoi compagni. Si dice che Mussolini stesso, preoccupato, scenda negli spogliatoi intimando il tecnico iberico di tenerlo fuori, forse in cambio di un lauto conguaglio. La Spagna senza la sua stella si inchina alla rete di Meazza.

In semifinale, domenica 3 giugno, una nuova epica battaglia attende l’Italia: quella contro il favorito Wunderteam di Hugo Meisl. La stella Sindelar, soprannominato “Der Papierene” (in italiano diventa Cartavelina) per indicare le movenze sinuose e aggraziate, è picchiato selvaggiamente da Monti. Il loro duello infiamma il match. Dall’altra parte ci pensa il rude terzino Seszta a francobollare i nostri come meglio crede. L’arbitro svedese Eklind risponde come Baert a ordini superiori e convalida il gol, parso ai più di mano, dell’oriundo Guaita al 19’. Basta il suo guizzo per spingere l’Italia alla finalissima contro la Cecoslovacchia, in programma domenica 10 giugno. L’arbitro è ancora Eklind. Davanti a oltre 50,000 spettatori l’Italia soffre la maggior intraprendenza degli avversari che allineano in attacco i tre satanassi Svoboda, Nejedly e Puc, e in porta si affidano al monumento Planicka. L’Italia sembra sulle ginocchia, a 19’ dal termine Puc scaglia un tiro che fa secco Combi. Lo stadio è ammutolito. Pochi minuti dopo la Cecoslovacchia ha la palla per chiudere i discorsi ma Svoboda spara sul palo. L’episodio scuote i ragazzi di Pozzo: all’81’ Mumo Orsi il violinista, già stella con l’Argentina alle Olimpiadi di Amsterdam del ’28, indovina il diagonale vincente. La grande paura è passata, l’inerzia del match è capovolta. Nei supplementari Pozzo inverte di posizione Guaita e Schiavio (nella foto a sinistra), cogliendo impreparata la retroguardia cecoslovacca. Scorre il 5’ del primo tempo quando Guaita dal centro allunga a destra per lo scatto di Schiavio che, tutto solo, fredda Planicka. La partita si spegne, la festa può iniziare. L’Italia è Campione del Mondo.

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