venerdì, 29 febbraio 2008

Ultimissime è un termine riferito alle notizie molto fresche, ai fatti appena avvenuti. E' un termine paradossale, perchè chi è ultimo è ultimo e non c'è superlativo che tenga (sarebbe come dire "più infinito"). Le squadre di cui parleremo in questa rubrica, in effetti, sono paradossali. Finire ultimi ci può stare: ma per finire ultimissimi bisogna avere qualcosa in più. Bisogna azzeccare tutte le mosse sbagliate, bisogna spendere poco e male, bisogna avere un mix di masochismo dirigenziale e incompetenza tecnica perfettamente bilanciato. E tutto va fatto in fretta, perchè chi è ultimissimo in A l'anno prima o si è salvato o è stato promosso. A gentile richiesta la prima tappa partirà dal Napoli 1997/98. Parlarne, da tifoso partenopeo, in fondo non mi fa male: ma ora lasciatemi finire la mia cicuta e poi comincio a scrivere.

Per fare una buona caponata basta mettere le giuste dosi e non sgarrare con la salsa. Non ci vuole tanto. E' un piatto popolare, rustico, e chi l'ha inventato tanti soldi non ce li aveva. Non è necessario che ogni melanzana sia cresciuta nella Valle degli Orti con un coltivatore ortofilo che se la sbaciucchiava ogni sera: bastano quelle del giardino di nonno Peppe. Forse per questo la caponata è la caponata e una squadra di serie A è una squadra di serie A. Al Napoli 1997/98 questo concetto non era passato. E anche se quella squadra fosse stata una caponata, lo chef minimo si sarebbe chiesto cosa ci facevano tutti quei broccoli nella ricetta.

La squadra era reduce da una delle migliori stagioni dal post-Maradona. Non inganni la salvezza conquistata a poche giornate dal termine: alla fine dell'andata la squadra era nelle zone medio-alte della classifica, praticamente appaiata al Parma che sarebbe arrivato secondo. Un bruttissimo girone di ritorno peggiorò la classifica, ma arrivò una finale di Coppa Italia, persa contro il Vicenza. Bastava mantenere la squadra, no? Ma Ferlaino, che in quella stagione si sentiva tanto creativo, decise che bisognava aprirsi al futuro e trasformare la squadra in un villaggio-vacanze.

Via Cruz, Colonnese, Milanese, Boghossian, Pecchia, Caccia, Aglietti e la sua forza. Stop... immaginate di operarvi per un porro e al risveglio di sentirvi dire dal medico: "Tutto a posto, le abbiamo asportato soltanto milza, appendice, un rene, parte dello stomaco, un tratto di intestino ed entrambi i testicoli". Sareste sereni? No, Corrado, tu non fai testo...

Gente che va, gente che viene, a Napoli c'erano tante facce nuove. Innanzi tutto c'era Prunier, difensore proveniente dal Manchester United, che fu talmente dispiaciuto di privarsene che assieme a lui ci recapitò una cassa di sherry, buoni benzina, la batteria di Ringo Starr e la nipote ninfomane di un membro del Cda pronta a soddisfare qualunque prurito sessuale dei giocatori. Prunier era una roccia. Direte voi, anche Stam! Sì, ma Prunier era una roccia nel senso che non si muoveva se non in caso di bradisismo. Giocò tre partite. Arrivò anche il duo Facci-Sergio, che mi riporta alla testa due istantanee: per il primo la curva che urla "FACCI! FACCI! FACCI RIDERE!", per il secondo Mutti che guarda in campo e scuote la testa, si gira verso la panchina, vede lui e alza lo sguardo disperato verso il cielo.

Nel pacco-regalo dell'Udinese era incluso il centrocampista Rossitto, convocato l'anno prima per gli Europei, cosa che provocò sorpresa, perplessità e tre suicidi di massa. Dal Parma arrivò Reynald Pedros, nazionale francese (sì, vabbè, fino al 1996 ci ha giocato anche Prunier...) espatriato nella notte dalla sua nazione dopo aver fatto eliminare dagli Europei la sua squadra tirando a Kouba un rigore filante e lento come una mozzarella di bufala. Infine Roberto Goretti, uno dei meno peggio e fotocopia di Rossitto: per entrambi un gol e due espulsioni.

Sì, ok, ma i soldi incassati dalle cessioni Ferlaino se li intascò? Al tempo. In attacco arrivò il giovane Bellucci, l'unico a fare davvero una bella stagione. Dalla Lazio venne preso il già trentenne Protti  che aveva cominciato la sua parabola discendente (e non era il solo). Soprattutto, però, spendemmo 7,5 miliardi di lire per comprare LUI: Josè Luis Calderon, mister "farò-33-gol". All'aeroporto pare che ci fu un equivoco: passò prima la sua guardia del corpo sovrappeso e lui non si vide. Poi forse i tifosi si resero conto che la guardia del corpo sovrappeso era lui. Un'altra istantanea: Ferlaino chiede a Mazzone di farlo giocare e lui risponde "Presidè, guardi che glielo faccio giocare sul serio!". Usato come una minaccia e lo pagammo sette miliardi e mezzo, scalzando dal Guinness dei Primati il tedesco che pagò 250 euro un pretzel.

E si parte: sconfitta dignitosa contro la Lazio, che passa solo nel finale con tali Mancini e Pancaro. Vittoria con l'Empoli, pareggio col Vicenza. Sembrava girare, la squadra, chissà chi poteva immaginare che aveva fatto già un terzo dei punti totali del suo campionato. Si perde con l'Atalanta col gol dell'ex di Caccia, poi si va a Roma. Mutti si raccomanda con Prunier: "Tieni d'occhio Balbo". Lui lo prende alla lettera e lo guarda fisso per novanta minuti, senza muoversi perchè non gliel'avevano ordinato. Balbo fa tripletta, la Roma ne fa sei, Mutti salta.

Arriva Mazzone, che già all'epoca aveva 60 anni e una dignità professionale da difendere. Perdiamo col Bologna, con la Juve, poi persino col Lecce e Mazzone si dimette. Era talmente schifato che rinunciò allo stipendio per non rubare alla Croce Rossa.

E per una barca che sta affondando chi c’è meglio di Galeone? Ragazzi, teniamo duro che a gennaio arrivano i rinforzi! Tre sconfitte, siamo a -6 dalla zona salvezza, ed i rinforzi arrivano. Innanzi tutto il tecnico vuole il suo pupillo, che risponde al nome di Allegri Massimiliano. Quest'uomo in serie A aveva giocato con Pisa, Pescara, Perugia e Cagliari. Le prime tre erano retrocesse, la quarta entrò in crisi ma prima del suo arrivo aveva raggiunto la semifinale di Uefa. Insomma, uno che se attraversava la strada a un gatto nero lo accoppava e per giunta si chiamava Allegri. Allegri un cazzo, con te in campo! Era venuto a svernare, una costante dei rinforzi. Vennero presi soltanto centrocampisti, al punto che a un certo punto in rosa ce n'erano 12. Qui abbiamo la conferma che qualcuno, in quella società, era dedito ai funghetti allucinogeni. Ok, i problemi difensivi possono essere anche in parte originati dal centrocampo, il Napoli di quest’anno lo sa bene. Ma se la nostra difesa prende 34 gol in 13 partite tu compri tre centrocampisti?

Fermiamoci... riflettiamo... dite al padrone di casa "Sta per crollare il soffitto!!!" e lui vi risponde "Non si preoccupi, faccio ripiastrellare subito il pavimento". I D.T. Bianchi e Bagni (notare come l'espressione "Bianchi Bagni" faccia pensare ai servizi igienici) cos'erano nella vita precedente, Flavia Vento e Loredana Lecciso? Ad ogni modo, come detto, vista la stagione ormai compromessa viene aperto l'agriturismo "La Caponata Allegra" dove i calciatori possono venire a finire la carriera o a concedersi un anno sabbatico. Arriva il Principe Giuseppe Giannini, 33 anni, dallo Sturm Graz. Gioca solo quattro partite ma sembra molto rilassato, e poi a Napoli c'è un mare...

Arriva Aljosa Asanovic! Su questo giocatore DEVO spendere qualche parola in più. Ci ricordiamo di lui solo perchè una volta dimostrò di essere vivo facendosi espellere, in una squadra che collezionò 25 gol e 17 rossi. Lento, fuori forma, svogliato e a tratti irritante. Partecipa ai Mondiali del 1998 con la Croazia. UN CICLONE! Gli avversari non ci capivano niente, le sue palle giravano a centrocampo veloci come quelle dei tifosi del Napoli quando lo vedevano in campo. E si trattava di velocità testate solo dalla NASA. Ancora si devono giocare gli ottavi e già è inserito tra i candidati per l’All Star Team! Aljosa... se un giorno ti incontrerò ti verrò vicino e ti abbraccerò forte. Rompendoti due costole.

Infine, per l’attacco Damir Stojak. Penso che l’avessero preso per la mascella volitiva: altre qualità non ne ricordo. Alla diciannovesima venne esonerato anche Galeone e in panchina finì Montefusco, che traghettò la squadra verso la fine dell’agonia.

Due curiosità: contro il Vicenza ottenemmo un pareggio e una vittoria, e per poco i veneti non retrocessero. Se fosse successo immaginate come si sarebbero sentiti. Il campionato venne vinto dalla Juventus, con discreto vantaggio. Provate a immaginare quanto finì la sfida col Napoli al “Delle Alpi”. Sbagliato. Finì 2-2 con gol di Turrini, un altro tra i pochi che portò a casa la pagnotta, e Protti. E chi pensa che a questo mondo tutto abbia un senso è servito.

E ora che la cicuta sta terminando la sua azione vi lascio...

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categoria:ultimissime
giovedì, 28 febbraio 2008
Gianello: è la nostra Geri Haliwell. Non pago di aver partecipato a una stronzata di gruppo, decide di farne una da solo. Sul rigore si stende subito: almeno se la Haliwell lo fa è per fare qualcosa di piacevole. Voto: 4,5
Grava
: fa da spalla a Savini nel primo gol del Genoa, ma sembra il meno colpevole dei due. Oggi non avevamo tante alternative, il problema è che a volte gioca anche quando le abbiamo. Voto: 5,5
Domizzi
: in un'epoca di lavoratori precari che si lamentano, abbiamo trovato un lavoratore a tempo pieno che gradisce il part-time. Anche io lo gradirei, se mi pagassero tutte le settimane. Voto: 4,5
Contini
: non fa cazzate, ma in un manicomio questa è in fondo una virtù eccezionale. Voto: 6
Mannini
: Reja voleva che scendesse sulla fascia. Voleva anche che coprisse. Fettina di culo col limone no? Quando però fa quello che dovrebbe saper fare (andare sul fondo e crossare) fa la stessa strada della prima linea dello sbarco in Normandia. Voto: 5
Blasi
: oggi non picchia, l'avranno mandato a letto senza wrestling. In ripresa. Voto: 6
Gargano
: giocoliere alle prime armi: recupera qualche palla, ne perde il doppio. Voto: 5,5
Hamsik
: lui sta al bel gioco come una moglie al sesso. Se non è giornata non vale la pena insistere. Voto: 5
Savini
: molto generoso. Ma ci serve un esterno, non Mecenate. Voto: 5
Calaiò
: se Reja alla prossima rimette bambacione in condizioni pietose propongo una moratoria per la moratoria alla pena di morte. Voto: 6
Sosa
: ed eccoci al prossimo articolo. Autentico lampione d'epoca da salotto. Ma toglierlo per sostituirlo con un abat-jour kitsch non ha senso. Voto: 5

(Bogliacino: non può materialmente cambiare la partita. Ma se la precisione di certi suoi lanci potessimo trasferirla alla scienza potremmo usare quell'inutile asticella a Sevres per giocare a baseball. Voto: 6)
(Lavezzi: lui può saltare un paio di difensori. Dieci poteva saltarli solo Diego. S.V.)
(Montervino: perchè? Perchè? Perchèèèèèèèèèèè? S.V.)

Reja: perchè Montervino? Perchè Montervino? Perchè Montervinooooooooooooooo? Voto: 5
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categoria:napoli
mercoledì, 27 febbraio 2008
Ci sono partite che perdi e ti lasciano arrabbiato (Fiorentina), ci sono partite che perdi e ti lasciano sereno (Inter), ci sono partite che perdi e ti lasciano sconcertato (Empoli). Poi ci sono partite come queste che non ti lasciano una sega.

Poco da dire: il Genoa che si è visto stasera non era niente di inaffondabile, ma ha giocato la sua partita bene. Tatticamente precisi, cinici quanto basta, attenti in ogni fase di gioco. Insomma, quello che si chiede ad un allenatore e che Gasperini ha trasmesso ai suoi, quello che è necessario nelle serate in cui il calcio-champagne non arriva.

Il minimo sindacale che, purtroppo, è bastato a far riemergere i problemi difensivi del Napoli, bravo a fare la voce grossa contro Tristan e Bogdani e capace anche di contenere Sculli e Borriello. Già, perchè il Genoa non ha nè distrutto nè umiliato gli azzurri, non ha tirato cinquanta volte in porta (anche se lo ha fatto sicuramente più di noi), non aveva un Giovinco capace di archiviare da solo la partita.

Vediamo i due gol. Il primo è stato un capolavoro, ma certo non di Sculli. Può capitare che un giocatore riceva la palla in area spalle alla porta, e non sempre riesce a rendersi pericoloso. Spesso si gira e tira con la stessa convinzione con cui la Roma crede ancora allo scudetto. Nel 70% dei casi trova una gamba dell'avversario, nel 25% le mani del portiere, che è andato a coprire il resto dello specchio, nel 5% dei casi trova due geni come Savini e Gianello e segna. Il primo mostra la reattività di Maldini (quello di oggi, non quello di vent'anni fa), il secondo l'esperienza di Ballotta (quello di vent'anni fa, non quello di oggi). Il primo fa girare Sculli e tirare in mezzo metro, il secondo guarda la palla che entra. Grava potrebbe metterci una pezza, ma pensa che in fondo Ponzio Pilato non era un fesso.

Il secondo gol, a dire il vero, nasce da un fallo su Mannini, ma non mi sento di lamentarmi. Lancio per Borriello, bello ma a campanile. Domizzi, ipnotizzato dalla bellezza della parabola, non se la sente di interrompere quella traiettoria perfetta. Borriello sì, e si invola verso la partita. Contatto, neanche pesantissimo, caduta: rigore ed espulsione giusti. Ultimamente ho il sospetto che non ci sia feeling tra Domizzi e Cannavaro: quando uno sta per rientrare l'altro si fa espellere come un pirla. E dire che lo fanno anche allo stesso modo: si perdono l'attaccante e lo stendono mentre è lanciato in porta.

Quando l'arbitro fischia il rigore, Gianello comincia ad inclinarsi a destra. Quando Borriello parte con la rincorsa, comincia il tuffo. Quando parte la palla, lui è steso ed è già in fase R.E.M.

Ci sarebbe anche un terzo gol, annullato al Genoa e ancora non ho capito bene perchè. In quel caso Gianello si produce in un assolo facendosi sfuggire la palla di mano. De Rosa insacca, l'arbitro fischia vanificando l'exploit del portiere.

Poco male, si diceva, da qua alla fine del campionato dovrebbero esserci le gare necessarie a fare quei 10-12 punti che dovrebbero metterci al sicuro, in particolar modo dopo il quartetto infernale Inter-Roma-Juventus-Fiorentina, dal quale speriamo di uscire con poche ossa rotte, magari racimolando qualche punticino (all'andata ne avevamo tre in trasferta e abbiamo preso quattro punti, ora ce ne basterebbero anche un paio).

Forza, Dorando, che il traguardo è vicino...
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categoria:napoli
martedì, 26 febbraio 2008
Dicevano fosse bello, e probabilmente lo era, anche se a rivedere le foto dell'epoca non posso fare a meno di notare una certa somiglianza con Camillo Milli, il presidente Borlotti della Longobarda. Dicevano avesse successo con le donne, e probabilmente ce l'aveva. Dicevano che passasse il tempo libero a fare bungee jumping senza elastico su Rita Rusic, ma queste sono voci di web e conferme non ce ne sono mai state. Quello che è certo è che la sua Fiorentina, nel 1992/93, andava molto bene e che nessuno avrebbe mai immaginato un esonero in quel momento. Lui era Gigi Radice, il presidente illuminato Vittorio Cecchi Gori. Ok, esoneri un allenatore per una sconfitta casalinga con l'Atalanta, con la squadra quarta in campionato e fino a qualche giornata prima seconda. Non sappiamo e non possiamo sapere se alla base di tutto ciò ci fosse un duello rusticano per questioni amorose oppure un semplice ed irrefrenabile masochismo. Una domanda, però, è inevitabile: tra tanti allenatori, perchè proprio Aldo Agroppi?

Il nome di Agroppi, intendiamoci, fino a qualche stagione prima era abbastanza gettonato. Toscanaccio DOC (nato a Piombino) dopo una buona carriera da calciatore era passato ad allenare. Prima stagione, buona, col Pescara e e poi il botto: serie A raggiunta col Pisa, al primo colpo, per giunta con un organico privo di "Saranno Famosi". C'era un ottimo portiere, Mannini. Non c'era più la stellina Odoacre Chierico, passato alla Roma l'anno prima. Non c'era ancora Wim Kieft. Un'impresa.

L'anno dopo, però, Agroppi a sorpresa non è confermato: passa al Perugia per una stagione mediocre e a Padova, nel 1983/84, conosce il primo esonero della carriera. Nel 1984/85 risale agli onori della cronaca per il suo Perugia, che sfiora la promozione arrivando quarto e perdendo una sola partita. Come si fa, direte voi? Semplice: ne perdi una, ne vinci undici (meno del Cagliari quasi retrocesso) e ne pareggi ventisei. Sissignori, ventisei! Qualcuno potrebbe ricordare il Perugia 1978/79, imbattuto e secondo in serie A: undici vittorie, diciannove pareggi. Se vediamo i numeri della stagione di Agroppi a Pisa, però, troviamo ben ventitrè volte il segno X e una sola vittoria più del Rimini retrocesso in C/1. Anche qui la domanda sorge spontanea: era il Perugia a soffrire di pareggite oppure Agroppi? Considerando che una squadra cambia a seconda di allenatori, filosofia di gioco e calciatori, ci si potrebbe orientare verso la risposta B. Però anche un allenatore può cambiare, e infatti Agroppi virò bruscamente dal pareggio alla sconfitta.

In mezzo, però, la prima esperienza con la Fiorentina. Anno 1985/86, quarto posto finale, qualificazione Uefa. Ancora una volta, neanche a dirlo, la Roma arriva seconda con più sconfitte dei viola e il risultato più gettonato è il pareggio. Il "meglio non prenderle", però, in quegli anni poteva anche starci, specie con i due punti per la vittoria. Tuttavia, se di quei tempi nominavi ad un tifoso fiorentino Agroppi, minimo rischiavi un voodoo. Non faceva giocare Antognoni, gli preferiva Onorati. Più o meno come se vai a Roma e metti in discussione Totti. Alcuni idioti travestiti da tifosi provano persino ad aggredirlo. A chiudere il suo annus horribilis arriva lo scandalo calcio-scommesse: Agroppi è coinvolto e becca una squalifica di quattro mesi.

A quel punto la sua carriera svolta: verso il baratro. Torna nel 1987/88, a Como, e viene esonerato. Si ferma un anno. Lo chiama l'Ascoli, che arriva ultimo. Si ferma due anni. L'uomo del pareggio non sa neanche più pareggiare. Ora, avete un allenatore in declino, odiato dai tifosi, con un calcio sempre più inadatto al gioco veloce e spumeggiante che si andava affermando all'epoca. Parliamo degli anni in cui il calcio passò da una terza andante a una quinta piena, puntando su tattica e velocità. E tu, Vittorione, richiami Agroppi? Parlavamo, all'inizio della rubrica, del senso del rischio. In questo caso, più che rischio, era incoscienza.

Agroppi si siede in panca e parte con una serie che sembra tratta da un vecchio manageriale di calcio, quelli dove se la squadra prendeva il giro negativo non vinceva una partita neanche se compravi Padre Pio come trequartista. Perde, pareggia, perde, pareggia, pareggia, perde, perde, pareggia, perde. Becca subito quattro gol ad Udine, mettendo in cassaforte un risultato decisivo per la retrocessione, che arriverà per via della classifica avulsa. Riesce a prenderle persino ad Ancona, squadra che terminerà penultima ad undici punti dalla salvezza. La prima vittoria della sua gestione è in casa contro il Pescara, che arriverà ultimo. Pareggia in casa col Brescia, l'altra squadra che terminerà a pari punti coi viola a fine stagione.

La Fiorentina della cura-Agroppi riesce ad essere straziante come un melodramma della peggior specie. In campo? Gente come Batistuta, Baiano, Laudrup. Proprio robetta. Alla trentesima giornata Agroppi viene mandato via: non siederà più su una panchina. Al suo posto, ironia della sorte, un tandem composto da Luciano Chiarugi e Giancarlo Antognoni. Già, proprio Antognoni.

Un degno atto di chiusura di un'opera scadente, quell'anno. Il crollo della Fiorentina è stato il più netto che si sia mai visto in serie A assieme a quello del Foggia di Catuzzi. Quest'ultimo, però, almeno era andato da solo sulle stelle e poi alle stalle. Agroppi, invece, riuscì ad imprimere nella squadra una prodigiosa mentalità perdente. I suoi successori non poterono fare molto per salvare la Fiorentina, e non c'è da biasimarli. Mettiamo che ora vengo a casa vostra, prendo un bellissimo vaso Ming, lo sbatto per terra con forza e poi vi dò un tubetto di colla Uhu e dico: "Incollalo, però in giornata". Se lo facessi sareste autorizzati a violare la mia verginità anale. Visti i precedenti, Agroppi può ritenersi fortunato che a nessuno dei tifosi sia saltata in mente l'idea...

Ora Agroppi di professione fa il Pontefice, nel senso che pontifica dal piccolo schermo intervenendo ogni tanto in varie trasmissioni. Si narra che un giorno un ospite gli abbia chiesto: "Lei che parla tanto, cosa ha vinto?" e che lui abbia risposto "Un campionato di B".

Falso Aldo, falso... finisti secondo dietro il Verona...
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categoria:mallenatori
domenica, 24 febbraio 2008
Gianello: su un paio di uscite di pugno mette i brividi. Sembra Garella. Poi però compie una parata decisiva di piede. Sembra Garella. In occasione del gol del Livorno piazza la barriera a caso e lui fa altrettanto. Sembra Garella. Se dopo il ritiro mette su trenta chili comincio a credere nella reincarnazione. Voto: 6
Santacroce
: nel primo tempo tenta di accoppiarsi con l'erba del Picchi mentre Tristan per poco non ci fa secchi. Poi riabilita la sua partita con un paio di anticipi fenomenali. Incolpevole sul gol. Voto: 6
Cannavaro
: un suo fallo utile come un telecomando su un'isola deserta origina la punizione del pareggio. Poi va a fare danni anche in attacco sbagliando due passaggi non proprio difficilissimi. Se fa un altro mese così l'anagrafe napoletana non potrà sottrarsi dal dovere morale di cambiargli il cognome. Voto: 4,5
Contini
: il Parma cedendocelo voleva farci un pacco. Più o meno come se un giocatore di poker dilettante sfidasse Johnny Chan a Texas Hold'em. Neanche una sbavatura. Voto: 6,5
Mannini
: cinico torturatore, nell'ultimo quarto d'ora distrugge psicologicamente il tenero Pasquale (nella foto: una sua incursione sulla fascia). Ogni palla toccata un assist, difende anche. E pensare che non era nel suo ruolo. Sicuri che non valga 8 milioni? Voto: 7
Gargano
: corre. Corre. Corre. Oggi però si astiene dal concludere ogni sua corsa con una palla persa e un fallo. Buona prestazione. Voto: 6
Blasi
: viuleeeeeeeeeeeenza. Oggi forse qualcuno gli doveva spiegare che il Livorno non era il Galles e che Sosa, anche se con la barba, non era Castrogiovanni. Esce, prima di farsi espellere. Una dose di bromuro, con soda. Voto: 5
Hamsik
: mediamente i ragazzi che passano lo stesso tempo suo a ragionare hanno la faccia piena di brufoli e il cappellino con l'elica. Lui invece ha la cresta quasi mohicana e personalità a pacchi. Prezioso. Voto: 6,5
Savini
: chi è quel briccone che gli ha messo il peperoncino di Soverato nel tè durante l'intervallo? Mai visto così propositivo ed energico. Voto: 6,5
Calaiò
: nel primo tempo è praticamente inesistente. Nel secondo arriva il gol liberatorio e da quel momento corre, tira, passa, segna ancora e con la mano libera tocca il sedere a una biondina in terza fila. Con un arciere così, Robin Hood può darsi alle freccette. Voto: 7,5
Sosa
: insisto, non possiamo chiedere a Mennea di fare la quarta frazione della staffetta veloce alle Olimpiadi. Con la barba sembra il Lorenzo Flaherty dei poveri, ma si spreme fino all'ultima goccia, sfiorando il gol. Mezzo punto in più di pura stima. Voto: 6,5

(Pazienza: occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio... S.V.)
(Bogliacino: un altro di quelli che Reja non vedeva ad inizio stagione. In pochi minuti produce talmente tanto da risollevare il Pil dell'Uruguay. Voto: 6,5)
(Rullo: bravo, rulla. E fumiamoci su che abbiamo vinto. S.V.)

Reja: rispolvera il modulo WC (non è una riedizione del WM, intendo proprio la tazza) ma si trova meglio con l'assetto già collaudato dell'anno scorso. Le individualità gli danno due punti in più. Lui non fa danni, un po' quello che chiedeva l'Inter ad Arrieta. Voto: 6
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categoria:napoli
domenica, 24 febbraio 2008
Sull'ultima punizione del Napoli tirava la stessa aria di Cagliari. In quel caso i sardi vinsero all'ultima azione, stavolta è toccato agli azzurri. Giustizia divina, per come è andata la partita.

Il primo tempo è stato di quanto più osceno si potesse vedere: squadre rinunciatarie, prigioniere della paura di perdere, uniche conclusioni due tiri da distanze siderali. Un rigore contestato, a ragione, dai livornesi: Santacroce non stende Vidigal volontariamente ma il danno provocato c'è. L'arbitraggio di Saccani, d'altro canto, è stato mediocre: a un certo punto fischiava falli in attacco per partito prese, si è arrivati al punto paradossale di Santacroce fermato per un contatto con Sosa. I granata sono stati sfortunati a beccare l'errore più pesante. Gli episodi, però, possono decidere una partita ma non influenzare il giudizio sulla prestazione di una squadra: e oggi il Napoli ci ha messo grinta e cuore, fino all'ultimo secondo, meritando la vittoria.

Reja ha messo in campo una squadra "Serie B-style" facendo di necessità virtù: assente Lavezzi, squalificato Zalayeta, in attacco Sosa titolare con Calaiò. L'arciere Emanuele, che non giocava titolare dalla prima giornata, che aveva avuto spazio solo in ritagli di partita, che sembrava prigioniero dell'ansia di segnare, cosa che lo portava a precipitare le sue giocate ogni volta che entrava, collezionando prestazioni negative. A gennaio speravo lo cedessero, perchè vederlo in quello stato era una pena dell'anima.

Facciamo così, Edi: visto che dovremo convivere fino a fine stagione io faccio finta di dimenticare che l'hai tenuto inattivo per più di metà campionato e tu fai finta di dimenticare il giudizio che avevi di lui.

Dopo il vantaggio il Napoli ha arretrato il baricentro, un po' meno delle altre volte. Fino a quel momento la coppia Tristan-Bogdani era stata ben controllata, e non è che ci volesse molto. E' bastato un giocatore, Diamanti, per mettere in luce le falle di una difesa governata da un Cannavaro che non ne azzecca una da un mese a questa parte. Al suo fallo inutile è seguita la gestione a mio avviso pessima di barriera e piazzamento di Gianello, che pure poco prima ci aveva salvato alla grande in due occasioni. Pareggio.

Pensi che il copione è già visto, che se va bene portate a casa un pareggio, e invece no. Daniele Mannini sale in cattedra e regala a Pasquale un quarto d'ora da incubo. Lanci a ripetizione, Sosa va vicino a fare bingo, la squadra ci crede, attacca, ma il gol sembra non voler arrivare. Poi la punizione di Bogliacino, entrato al posto di Pazienza che si era fatto male dopo aver sostituito Blasi. Un segno del destino, con la firma di Calaiò a portare a casa una vittoria meritata.

Onestamente, Reja oggi non è stato malvagio: ha impostato la squadra discretamente, a cercare la testa delle torri. La difesa, come al solito, è parsa poco preparata a reggere l'urto degli attaccanti avversari e rincula puntualmente appena il Napoli passa in vantaggio. Le individualità sono state decisive, peccato che si trattasse anche di gente totalmente ignorata nel resto della stagione. Ad ogni modo, così vincevamo le partite in B, così abbiamo vinto oggi, con in più il valore aggiunto di gente come Mannini e Hamsik. In A, però, non basta per ambire a qualcosa di più della salvezza. La mia opinione resta quella: l'anno prossimo bisogna cambiare assolutamente. A Grappa Nonino oggi dò il merito di non aver fatto danni, nonostante a un certo punto si aggirassero a bordocampo, riscaldandosi, sinistri figuri rispondenti ai nomi di Montervino e Grava. Visto quello che ha combinato negli ultimi mesi, ci si può accontentare. Nota di merito anche per Savini: oggi bene anche lui, ha giocato una ripresa che non mi sarei mai aspettato.

Questa partita, però, l'abbiamo vinta di spirito: se il Napoli ci mettesse la stessa anima dell'ultimo quarto d'ora di oggi potrebbe anche perderle tutte, non mi sentirei lo stesso di crocifiggere i giocatori.

Tre punti pesantissimi, che ci allontanano dal baratro. Dovevano arrivare oggi, considerando la serie tremenda di "grandi" che dovremo incontrare tra poco. Restano dieci punti da fare e c'è qualche sfida abbordabile adatta allo scopo.
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categoria:napoli
domenica, 24 febbraio 2008
Cosa può trasformare un giocatore in una meteora? Di tutto di più. Può capitare che imbrocchi la partita della vita creando aspettative che non puoi soddisfare, come nel caso di Enyinnaya. Può capitare che nel tuo momento migliore la società in cui giochi fa una scelta sbagliata, come è accaduto a Carmelo Imbriani. Può anche capitare, però, che vali e la tua società punta su di te. Cosa può fermarti? La sfiga, quella che ti coglie quando meno te lo aspetti e distrugge le tue ambizioni. Questo è il caso di Giacomo Cipriani.

Chi è costui? Un giocatore classe 1980, professione attaccante. Fisico imponente, piede buono, ottimo stacco di testa: se ci sono attaccanti che sanno fare bene una sola cosa e fanno carriera (pensiamo alla corsa di Caniggia o alla testa di Andersson) perchè Cippo, come era chiamato dai tifosi del Bologna, non dovrebbe farcela? L'esordio in campionato avviene poco prima dell'inizio del millennio, subito dopo viene spedito in prestito a Lecce, per fare esperienza. Rientra, abile arruolato, per la stagione 2001. In attacco, a Bologna, c'è un certo Beppe Signori, a dispensare palloni un genietto come Tomas Locatelli. Lui, però, lavora duro, segna sempre in allenamento e convince Guidolin a concedergli un battesimo di fuoco: il Bologna è di scena a San Siro, contro il Milan di Zaccheroni, giorno 17 febbraio.

Il Bologna è spumeggiante, parte sparato, Beppe-Gol dopo un minuto rischia di fare secco Abbiati. Poi ci prova Locatelli, quindi Tarantino, col portiere milanista costretto agli straordinari. Il gol è nell'aria e infatti arriva, ma dalla parte sbagliata: Shevchenko riceve palla in fuorigioco, il guardalinee non segnala e l'ucraino batte Pagliuca. 1-0. Tempo nove minuti e arriva il secondo gol rossonero: la partita sembra chiusa. E' a quel punto che Cipriani, fino a quel momento comprensibilmente emozionato, comincia a carburare. Il primo avviso arriva al 43', quando si procura un rigore. A batterlo va Maresca nonostante il rigorista sia Signori, Guidolin e distratto e Abbiati para. Roba da abbattere un cinghiale.

Cippo, però, non vuole un esordio bello ma inutile e dopo dieci minuti dall'inizio della ripresa si fa trovare pronto in area e fulmina Abbiati con un gran destro: 2-1, partita riaperta. Il Bologna ci crede, il Bologna vuole pareggiare: al 75', su uno dei tanti spioventi in area, un ragazzo ci mette la testa. Non è un colpo normale, ha forza ed è angolato: si insacca. Quel ragazzo è ancora Giacomo Cipriani, che a fine partita dedica la doppietta a Niccolò Galli, scomparso da pochissimi giorni. Piccolo dettaglio: il suo marcatore, quella sera, era tale Paolo Maldini.

E' trionfo, e poco conta che il terzo gol dei felsinei, messo a segno da Signori, venga pareggiato al 92' da Sala. Quel ragazzo è proprio in gamba.

E poi? E poi capita che la sfiga ci mette la mano. Cipriani rimane al Bologna fino al 2003, ma per un anno non registra presenze: era fermo ai box, infortunio pesante. Quando torna ha 23 anni e la Sampdoria crede in lui e lo prende: due gol in diciotto partite e ancora tanti piccoli acciacchi. Viene girato al Piacenza, dove segna altri tre gol, e finalmente è pronto per tornare a Bologna. Ha perso praticamente due anni, deve rifarsi e le basi ci sono: segna un gol alla Roma, sembra tornare a carburare ma i problemi fisici lo costringono a tanti stop and go. Poi, nel 2006, ancora un infortunio, ancora una volta grave, ancora una volta un anno perso. Maledetti legamenti, che non vogliono fare il loro dovere. Rientra, nel 2007, ma ha 27 anni e non è più una giovane promessa. Ha passato il meglio della sua carriera a girare tra le infermerie. E pensare che il "cippo" nella lingua italiana è un blocco di pietra...

All'inizio del 2008 gli arriva una proposta dall'Avellino: il Bologna lo manda volentieri in Campania, per consentirgli di giocare e tentare l'ennesimo recupero. Paradossi della vita, Cipriani proprio contro la squadra che lo ha lanciato rischia di sbloccarsi: sul 2-1 per i rossoblu un suo tiro, destinato ad entrare, viene deviato di mano da Terzi. Trefoloni non vede, il difensore bolognese spergiura di non aver fatto fallo, il gioco prosegue. Sfiga, sfiga e ancora sfiga.

L'augurio per Cippo è che finalmente finisca.
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venerdì, 22 febbraio 2008

Hanno fatto la storia. Ammirate per il loro gioco spettacolare o criticate per l’atteggiamento chiuso. Imbottite di campioni oppure basate su un solido collettivo. Vincenti o sconfitte a un passo dall’arrivo, come l’Ungheria del ’54. Si parla delle squadre più forti della storia, di quelle che hanno lasciato un segno nel mondo del calcio con il loro gioco, quelle che sono entrate nella leggenda. Ce ne parlerà, ogni mese, Marco Bode, nuovo collaboratore del blog e profondissimo conoscitore della storia del calcio. Come omaggio ai recenti Mondiali si parte con l’Italia. Ma non con quella del 2006...

Campioni del Mondo. Un’espressione che nella storia del nostro Paese si è sentita, nel calcio, quattro volte. L’ultima ce lo ricordiamo tutti: 9 giugno 2006, Olympiastadion di Berlino, Francia sconfitta ai rigori, l’urlo liberatorio di Fabio Caressa in mondovisione. La prima invece se la ricordano in pochissimi. Era il 10 giugno 1934, Stadio del partito nazionale fascista, l’Italia supera la Cecoslovacchia ai supplementari.

Anni difficili e di grandi cambiamenti, quelli immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale. La crisi economica del dopo ‘29, l’avvento delle dittature, i venti di una nuova, terribile guerra che già spirano sulla debole Europa. Il calcio è dominato dalle potenze mitteleuropee, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, vessillifere di un gioco armonioso e spettacolare, nato dalle ceneri dell’Impero asburgico. L’Italia insegue, nell’ombra. Ma nel 1929 accadono due eventi che segnano la svolta e innalzano decisamente il tasso qualitativo del calcio azzurro: la federazione opta per la creazione di un campionato a girone unico, dal Nord al Sud, decisione che favorisce la competitività e semplifica le scelte anche in termini di convocazioni per la Nazionale; alla guida della quale viene nominato il torinese Vittorio Pozzo, inserito da tempo nei quadri federali. Profondo conoscitore del calcio inglese, così all’avanguardia sul piano della preparazione, del rigore e dell’organizzazione, Pozzo (nella foto a destra) trasferisce queste componenti alle nostre latitudini. Sul piano tattico, non stravolge la disposizione della squadra, che resta fedele al Metodo (o modulo a doppia W), sistema di gioco all’epoca dominante. Ma a questo abbina concetti come pragmatismo ed essenzialità, gettando i semi di quelli che poi, con l’avvento del catenaccio e la nascita della scuola di Coverciano negli Anni ’60 sarebbe passato alla storia come calcio all’italiana.

La sua Italia entra definitivamente nel gotha del calcio europeo l’11 maggio 1930, quando a Budapest va in scena la partita con l’Ungheria, valevole per la Coppa Internazionale, manifestazione antesignana dei campionati Europei e alla quale partecipano le tre potenze mitteleuropee, l’Italia e la Svizzera. Alla vigilia i giornali magiari celebrano il successo come certo: non osano neppure immaginare che quel giorno segni il definitivo passaggio di consegne della supremazia europea. Invece, una volta in campo, accade l’impensabile. Pozzo presenta in attacco uno sbarbatello di soli 20 anni, destinato alla gloria massima: si chiama Giuseppe Meazza. L’Ungheria attacca attraverso una fitta e costante trama di passaggi orizzontali ma sbatte sistematicamente sul muro eretto davanti a Combi. E quando la furia magiara si esaurisce, entra in scena Meazza: la sua velocità gli consente di volare sulle ali del contropiede e firmare tre reti di astuzia e cinismo. Che unite ai centri conclusivi di Magnozzi e Costantino, confezionano un impensabile e stordente 5-0. Gianni Brera il giorno dopo scrive: “Come l’Uruguay nel 1924, così l’Italia entra in geografia direttamente da Budapest alta Ungheria”.

Il trionfo al cospetto dei maestri ungheresi innalza notevolmente il livello di interesse del nostro Paese, e di conseguenza del suo regime, verso il calcio. Mussolini preme e riesce a ottenere l’organizzazione del secondo campionato del Mondo, nel 1934. L’Italia si presenta ai nastri di partenza con una formazione collaudata, potenziata dall’arrivo di tre oriundi argentini: il centromediano Luis Monti e le ali Guaita e Orsi. La favorita è però l’Austria Wunderteam di Hugo Meisl, che ha subito appena una sconfitta negli ultimi tre anni, 3-4 contro gli inglesi a Stamford Bridge, e applica un gioco nuovo ed esteticamente senza eguali, incentrato su passaggi brevi e movimenti costanti. Pozzo però si fida delle sue concezioni calcistiche ben più spicce. Schierata secondo Metodo, ecco come a grandi linee si presenta l’Italia sul proscenio mondiale.Il torinese Combi tra i pali (in realtà il titolare designato era il bergamasco Ceresoli ma all’ultimo si infortuna e Pozzo è costretto a chiamare lo juventino che aveva appena appeso le scarpe al chiodo). La difesa, con i due terzini d’area liberi da compiti di marcatura, vede l’alessandrino Monzeglio alle spalle del cuneese Allemandi. Davanti a loro, Monti funge da stopper sul centravanti avversario ma anche da primo regista: i suoi lanci precisi e a lunga gittata sono l’ideale per azionare il mortifero contropiede. Ai lati dell’argentino, i mediani, il romano Ferraris IV e il genovese Bertolini. In attacco, le due mezzali, l’alessandrino Ferrari che collega i reparti e tesse le trame del gioco, e il milanese Meazza, sempre pronto a suggerire per la prima linea o infilarsi negli spazi per concludere personalmente. Le due ali Guaita e Orsi, quest’ultimo in particolare dotatissimo sul piano tecnico, sfruttano il gioco aereo del centravanti boa-terminale, il bolognese Schiavio.

Superata nella partita eliminatoria di marzo la Grecia con un eloquente 4-0 (doppietta di Meazza, reti di Guarisi e Ferrari), l’Italia esordisce nel Mondiale domenica 27 maggio allo Stadio del Partito Nazionale Fascista, avversari gli Stati Uniti. Ostacolo saltato agevolmente, con un 7-1 firmato Schiavio (tripletta), Orsi (doppietta), Ferrari e Meazza. Giovedì 31 nei quarti ci tocca la Spagna. Arbitra il belga Baert. Gli spagnoli hanno eliminato 3-1 il Brasile di Leonidas e schierano quello che è ritenuto il miglior portiere del Mondo: Ricardo Martinez Zamora, detto “El Divino”. Il suo stile è modernissimo. In un’epoca di portieri-statua, Zamora mette in mostra una mobilità fuori dal comune: uscite al limite dell’area, parate in presa, interventi prodigiosi all’incrocio con la mano di richiamo. In più, una debordante personalità, inasprita dagli stenti dell’infanzia. Dicono addirittura che gli avversari restino stregati quando incrociano il suo sguardo. Meazza e compagni lo sono di certo. Gli azzurri attaccano fin dai primi minuti a testa bassa ma Zamora sembra invulnerabile. E quando Regueiro fulmina Combi per l’incredibile vantaggio ospite, qualcuno in tribuna comincia a sussurrare: “1-0 y Zamora de portero”, che liberamente tradotto significa: alla squadra che allinea Zamora basta segnare una rete per vincere, tanto poi ci pensa lui a respingere ogni assalto. Ci vuole tutta la compiacenza dell’arbitro belga per pareggiare i conti sul finire del primo tempo: sulla punizione da destra di Pizziolo, Schiavio carica irregolarmente “El Divino” che sta per avventarsi sul pallone, la sfera resta in gioco e Ferrari da due passi insacca. Le proteste degli iberici sono inutili: il Duce organizza il Mondiale, il Duce vuole vincerlo. Nella ripresa l’assalto italiano si fa ancora più massiccio: tutto inutile. L’1-1 protrae la contesa ai supplementari: all’ultimo minuto Guaita ha la chance della vittoria, il suo diagonale a pelo d’erba è reso ancor più velenoso dal terreno viscido. Ma Zamora con un tuffo prodigioso ferma il pallone con una mano. La partita finisce pari ma è un trionfo del portiere iberico. Si rigioca il giorno seguente però Zamora stranamente non c’è, al pari di sette suoi compagni. Si dice che Mussolini stesso, preoccupato, scenda negli spogliatoi intimando il tecnico iberico di tenerlo fuori, forse in cambio di un lauto conguaglio. La Spagna senza la sua stella si inchina alla rete di Meazza.

In semifinale, domenica 3 giugno, una nuova epica battaglia attende l’Italia: quella contro il favorito Wunderteam di Hugo Meisl. La stella Sindelar, soprannominato “Der Papierene” (in italiano diventa Cartavelina) per indicare le movenze sinuose e aggraziate, è picchiato selvaggiamente da Monti. Il loro duello infiamma il match. Dall’altra parte ci pensa il rude terzino Seszta a francobollare i nostri come meglio crede. L’arbitro svedese Eklind risponde come Baert a ordini superiori e convalida il gol, parso ai più di mano, dell’oriundo Guaita al 19’. Basta il suo guizzo per spingere l’Italia alla finalissima contro la Cecoslovacchia, in programma domenica 10 giugno. L’arbitro è ancora Eklind. Davanti a oltre 50,000 spettatori l’Italia soffre la maggior intraprendenza degli avversari che allineano in attacco i tre satanassi Svoboda, Nejedly e Puc, e in porta si affidano al monumento Planicka. L’Italia sembra sulle ginocchia, a 19’ dal termine Puc scaglia un tiro che fa secco Combi. Lo stadio è ammutolito. Pochi minuti dopo la Cecoslovacchia ha la palla per chiudere i discorsi ma Svoboda spara sul palo. L’episodio scuote i ragazzi di Pozzo: all’81’ Mumo Orsi il violinista, già stella con l’Argentina alle Olimpiadi di Amsterdam del ’28, indovina il diagonale vincente. La grande paura è passata, l’inerzia del match è capovolta. Nei supplementari Pozzo inverte di posizione Guaita e Schiavio (nella foto a sinistra), cogliendo impreparata la retroguardia cecoslovacca. Scorre il 5’ del primo tempo quando Guaita dal centro allunga a destra per lo scatto di Schiavio che, tutto solo, fredda Planicka. La partita si spegne, la festa può iniziare. L’Italia è Campione del Mondo.

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giovedì, 21 febbraio 2008
Lo chiamavano Game Boy. I tifosi azzurri gli erano affezionatissimi, vedevano in lui un possibile futuro talento "made in Naples" da lanciare nella stratosfera del calcio nazionale.

Così Carmelo Imbriani, prodotto del vivaio partenopeo, muoveva i suoi primi passi nel mondo del calcio. Prima assoluta in serie A sotto Marcello Lippi, contro il Cagliari, il bravo centravanti giocava e giocava bene. Qualche presenza anche l'anno dopo, il 1994/95, col suo primo gol ai danni del Brescia, per di più in trasferta.

L'anno dopo arrivarono "Le quindici giornate di Imbriani". Non si trattò di moto popolare nè del girone d'andata del campionato. Si parla proprio di 15 giorni, dal 17 settembre all'1 ottobre del 1995. Tre partite che sembrarono sancire la nascita di un fenomeno. Il bravo Carmelo comincia la sua scalata segnando sul campo dell'Atalanta. L'exploit bergamasco non resta isolato: la settimana successiva fa bingo contro l'Inter, gol determinante per la vittoria del Napoli. Sette giorni dopo, al "Delle Alpi", la Juventus seconda in classifica e decisa a non staccarsi dal Milan attende gli azzurri con l'intenzione di farne polpette. La partita va ben diversamente e finisce in pareggio, 1-1. Il fatto del giorno, però, non è quello. Cosa fa di solito un attaccante ricevuta di spalle la palla in area, con un marcatore alle spalle? Poche alternative: o fai la sponda per un compagno oppure provi a girarti e ad andartene per tirare. Invece no. Ad Imbriani la testa diceva altro e così non si girò, nè passò: colpì la palla di tacco, con potenza, una potenza tale da mettere seriamente in difficoltà Peruzzi e da guadagnarsi gli applausi del pubblico bianconero e dell'Avvocato, quello con la A maiuscola.

Flash-back su un editoriale, del "Corriere dello Sport". Il titolo, se non erro, era "E adesso non bruciamolo". Invito classico dei periodici sportivi, che danno l'esempio sparando titoloni a caratteri cubitali in prima pagina. Come la Gazzetta con Pato: per "non bruciarlo" gli hanno dedicato qualcosa come una decina di apertura. Tanto per non fargli sentire la pressione. Ma questa è un'altra storia.

Imbriani, forse, fu sovraccaricato e sopravvalutato. Un "colpo feticcio", come li chiamava Zidane, non basta per provare di essere un grandissimo. Fatto sta che da lì alla fine della stagione segnò solo un gol. Anzichè insistere su di lui la dirigenza napoletana lo sdoganò in prestito alla Pistoiese.

Fine primo tempo. Fin qui un bel film allegro, che lentamente muterà in una sorta di melodramma.

Chiedete ai ricchi caduti in miseria come ci si sente. Vi risponderanno che la cosa è servita a riscoprire tanti valori. Un par de balle: Imbriani in C/1 non ci sta bene. Se il giorno prima 70.000 persone ti ruggivano davanti chiedendo un tuo gol, ritrovarsi a Pistoia non è il massimo. Un gol in 24 partite, via di corsa a Casarano, sempre in terza serie. 32 match, 2 reti, la media migliora ma è sempre oscena per un centravanti.

Finalmente, poi, l'occasione di tornare al Napoli, retrocesso ignominosamente in B dopo una stagione disastrosa. Una presenza, Ulivieri manco lo vede, va al Genoa. Qui, piano piano, ricomincia. Dodici partite e una vendetta, contro la sua squadra del cuore: una prestazione maiuscola, che forse fa pentire qualcuno che, vedendo questa neanche più giovanissima promessa, si pente per averla data via come manco Ilona Staller ai bei tempi. Lui, però, non mette più paura ai difensori centrali ma a quelli di fascia: Cagni lo ha trasformato in esterno offensivo con ottimi risultati. A fine stagione Imbriani resta in B, a Cosenza, e riesce a farsi apprezzare per tre anni.

Poi la scelta di vita: si va a Benevento, città di nascita, per giocare con la squadra del suo paese. Una stagione, con una salvezza raggiunta al foto-finish, una parentesi incolore alla Salernitana, qualche mese a Foggia.

Ma Game Boy, ormai, ha 28 anni suonati e vuole tornare a casa: ancora una stagione in terra sannita, con ottimi risultati e persino due gol. Le sirene lo tentano di nuovo: non è ancora vecchio e arriva l'offerta del Catanzaro in B. Carmelo accetta, ma la stagione è un disastro. La squadra non è all'altezza e retrocede con ampio anticipo. Basta, basta. E' davvero ora di scacciare la nostalgia del San Paolo, trasformandola in un bel ricordo da mettere nell'album delle fotografie più care. Si torna a Benevento, stavolta probabilmente per sempre. Due stagioni, tre gol, posto da titolare fisso. A casa propria.

Perchè Imbriani, a Benevento, ha radici ed anche forti. Il suo procuratore è Pellegrino Mastella. Caso di omonimia? No, è proprio il figlio di Clemente, l'uomo che pur facendo il politico ha probabilmente cambiato più schieramenti di lui. Sorte infame, ora che è tornato a casa su Internet, nei forum, molti esclamano che arrivò al Napoli perchè "raccomandato". Quando l'Italia potè ammirare il suo tacco velenoso verso Peruzzi nessuno l'avrebbe pensato. Carmelo, però, ha spalle larghe e tutto sommato è contento: nel Benevento è ormai un'istituzione e il calcio gli ha dato tanto.

Forse non gli ha dato il giusto. Ognuno è libero di pensare che gli abbia dato di più o di meno del dovuto.
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mercoledì, 20 febbraio 2008
Quasi tutto secondo i pronostici nella seconda giornata di Champions.

L'unica eccezione è data proprio dal Milan, che molti vedevano perdente di misura a Londra contro l'Arsenal. I gunners, addormentati per buona parte del primo tempo e amorfi all'inizio del secondo, nel finale hanno stretto d'assedio i rossoneri. A differenza dell'Inter, però, il Milan è squadra da Coppa, smaliziata ed efficace. Se a tutto questo si aggiunge una dose considerevole di fortuna (traversa, mira sballata degli avversari) e un Kalac galvanizzati, il pareggio lo si porta a casa. Al ritorno non sarà facile, ma neanche impossibile.

Il Barcellona ottiene quello che voleva ma, probabilmente, non come lo voleva. I blaugrana espugnano il campo non facile del Celtic e sono già ai quarti, salvo sorprese clamorose. Henry e compagni, però, hanno sofferto passando due volte in svantaggio e solo un grande Messi ha evitato agli spagnoli un ritorno con qualche patema d'animo. Prestazioni come questa più avanti non basteranno affatto.

Il Fenerbahce batte il Siviglia in una partita da 1X. Il gol decisivo che mantiene in vita le speranze dei turchi è arrivato a soli tre minuti dalla fine con Semih. Per gli spagnoli il compito non è impossibile, ma neanche così scontato. Non dimentichiamo che gli andalusiani sono appena sesti nella Liga, non sono il Barcellona. Tuttavia restano favoriti nel secondo "quarto dei poveri".

Non è più quello di una volta, il Lione. L'annata storta dei francesi è riassunta dal pareggio di Tevez, che salva il Manchester United ad appena tre minuti dalla fine. Sono in testa alla Ligue ma non la stanno dominando, hanno balbettato qualche volta in Champions e ora rischiano seriamente di uscire. Al contrario dell'anno scorso, però, stavolta non sarà una sorpresa.
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